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HIV in Europa, tra progressi scientifici e nuove disparità: il virus arretra ma non ovunque. Crescono le differenze nell’accesso a cure e prevenzione

A più di quarant’anni dalla scoperta del virus dell’HIV, l’Europa mostra un quadro complesso e contraddittorio: da un lato, i progressi scientifici e medici hanno ridotto drasticamente la mortalità e trasformato la malattia in una condizione cronica gestibile; dall’altro, emergono profonde disuguaglianze tra Paesi e categorie sociali nell’accesso alla diagnosi, ai trattamenti e alle campagne di prevenzione. Secondo i dati più recenti del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) e dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), nel 2024 sono stati registrati oltre 100.000 nuovi casi di infezione nel continente, con un trend stabile rispetto all’anno precedente ma segnali di forte divergenza geografica.


L’Europa occidentale conferma i risultati positivi degli ultimi anni: in Paesi come Germania, Francia, Italia e Spagna la trasmissione del virus continua a diminuire, grazie a una strategia combinata di prevenzione, diagnosi precoce e terapie antiretrovirali altamente efficaci. In molti casi, le persone sieropositive che seguono regolarmente i trattamenti raggiungono una carica virale non rilevabile, eliminando quasi del tutto il rischio di trasmissione. Tuttavia, la situazione cambia radicalmente nei Paesi dell’Europa orientale, dove l’HIV resta una delle principali emergenze sanitarie. Nazioni come Russia, Ucraina e Moldavia registrano ancora tassi di contagio tra i più alti del mondo, legati soprattutto all’uso di droghe per via endovenosa e alla mancanza di accesso sistematico ai servizi sanitari di base.


La pandemia di COVID-19 ha aggravato ulteriormente le disparità, interrompendo programmi di screening e riducendo i finanziamenti destinati alla lotta contro il virus. In alcune regioni dell’Europa orientale, le cliniche specializzate sono state riconvertite per l’emergenza sanitaria, e le campagne di sensibilizzazione sono state sospese per lunghi periodi. Ciò ha determinato un ritardo nelle diagnosi e un aumento del numero di persone inconsapevoli del proprio stato sierologico. Oggi, secondo le stime dell’ECDC, quasi una persona su cinque vive con l’HIV senza saperlo, con il rischio di contribuire alla diffusione inconsapevole dell’infezione.


Un altro fattore di disuguaglianza riguarda l’accesso alla profilassi pre-esposizione (PrEP), considerata una delle strategie più efficaci nella prevenzione del contagio. Mentre in Paesi come la Francia e il Regno Unito la PrEP è ormai ampiamente disponibile e rimborsata dal sistema sanitario, in altri Stati europei il suo utilizzo rimane limitato da costi elevati, carenze di approvvigionamento e mancanza di informazione. In alcune nazioni dell’Est Europa, la profilassi è ancora considerata uno strumento marginale, spesso ostacolato da barriere burocratiche o da resistenze culturali legate allo stigma che accompagna l’HIV.


Lo stigma sociale e la discriminazione restano infatti tra i principali ostacoli nella lotta al virus. Nonostante i progressi scientifici, la paura e il pregiudizio continuano a influenzare le politiche pubbliche e le scelte individuali. Molte persone sieropositive affrontano ancora forme di esclusione in ambito lavorativo e sanitario, mentre in alcune regioni permangono normative discriminatorie che limitano l’accesso ai diritti civili. Organizzazioni non governative e associazioni per la tutela dei diritti dei pazienti chiedono da tempo un rafforzamento delle leggi antidiscriminatorie e campagne di informazione capillari, volte a diffondere una corretta conoscenza del virus e a combattere le false credenze che persistono nella società.


Sul fronte scientifico, i progressi restano significativi. Le nuove terapie antiretrovirali a somministrazione mensile o bimestrale hanno migliorato la qualità della vita dei pazienti, riducendo l’aderenza quotidiana ai farmaci e aumentando la stabilità della carica virale. La ricerca sui vaccini e sulla cura definitiva dell’HIV continua a livello globale, con risultati incoraggianti ma ancora lontani dall’obiettivo finale. In Europa, la collaborazione tra istituti di ricerca e industrie farmaceutiche ha prodotto nuove formulazioni terapeutiche e protocolli personalizzati che permettono una gestione sempre più efficace della malattia. Tuttavia, questi progressi rischiano di accentuare il divario tra chi può accedervi e chi resta escluso per motivi economici o geopolitici.


Le organizzazioni internazionali sottolineano come l’HIV non sia più solo un tema di salute pubblica, ma anche di giustizia sociale e di coesione europea. Le disparità nei tassi di infezione e nell’accesso alle cure rispecchiano le differenze più ampie tra i sistemi sanitari dell’Unione e dei Paesi limitrofi. Nei Paesi dell’Unione Europea, il 95% delle persone con HIV riceve trattamenti regolari, mentre in alcune regioni extra-UE la copertura scende sotto il 60%. Questa frattura mina gli sforzi complessivi per raggiungere gli obiettivi globali fissati dall’ONU, che puntano all’eliminazione dell’AIDS come minaccia per la salute pubblica entro il 2030.


Un ruolo importante è svolto dalle campagne di prevenzione rivolte ai giovani, che restano una delle fasce più esposte al rischio di contagio, soprattutto a causa della scarsa educazione sessuale nelle scuole. In diversi Paesi europei, le organizzazioni sanitarie hanno introdotto programmi di formazione digitale e campagne sui social media per promuovere comportamenti sicuri e superare il tabù della malattia. Tuttavia, gli esperti avvertono che il calo della percezione del rischio tra le nuove generazioni, unito alla diffusione di comportamenti sessuali meno protetti, potrebbe favorire una recrudescenza dei contagi, in particolare tra i giovani uomini che hanno rapporti omosessuali, la categoria più colpita secondo i dati epidemiologici.


L’Europa, pur rappresentando oggi una delle regioni con il miglior accesso ai trattamenti, si trova dunque di fronte a una sfida strutturale: consolidare i successi ottenuti e ridurre le disuguaglianze interne. Gli esperti di salute pubblica chiedono una strategia comune a livello europeo, basata su finanziamenti condivisi, armonizzazione delle politiche sanitarie e monitoraggio costante delle aree più vulnerabili. La lotta all’HIV, ricordano le istituzioni sanitarie, non può essere vinta solo con la medicina, ma richiede un impegno politico, sociale e culturale che restituisca centralità ai diritti delle persone e alla solidarietà tra i Paesi.

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