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Gli italiani sensibili all’inciviltà politica mentre i media alimentano l’audience con l’insulto

Un recente studio sociopolitico ha riportato all’attenzione pubblica un fenomeno che da tempo caratterizza il dibattito italiano: l’inciviltà politica. Secondo i dati raccolti, la maggioranza dei cittadini si dichiara infastidita e preoccupata dal linguaggio aggressivo e dall’uso sistematico dell’insulto nel confronto pubblico. Al tempo stesso, però, i media tendono a privilegiare proprio i momenti di scontro e i toni più accesi, perché in grado di catturare l’attenzione e aumentare gli indici di ascolto. Una contraddizione che rivela molto sul rapporto tra politica, comunicazione e società.


Lo studio mette in luce come gli italiani siano particolarmente sensibili ai comportamenti percepiti come incivili. Più della metà degli intervistati afferma di provare disagio quando il dibattito politico degenera in attacchi personali e urla, e oltre il 60% dichiara che l’aggressività verbale è indice di scarsa credibilità da parte di chi la utilizza. La popolazione sembra quindi chiedere un linguaggio più sobrio, fatto di argomentazioni e proposte concrete. Tuttavia, la realtà mediatica racconta un’altra storia: talk show, trasmissioni di approfondimento e persino telegiornali dedicano ampio spazio a battibecchi e scambi di accuse, trasformando lo scontro verbale in spettacolo.


Questo scollamento tra le aspettative dei cittadini e l’offerta mediatica è spiegato dagli analisti come un cortocircuito della comunicazione politica. Se da un lato il pubblico dice di non gradire gli eccessi, dall’altro i dati di ascolto confermano che i momenti di massima tensione attirano l’attenzione e generano discussione, soprattutto sui social. È il cosiddetto “paradosso dell’audience”: ciò che viene percepito come negativo sul piano etico e culturale diventa però redditizio in termini di visibilità e profitto.


La ricerca evidenzia anche differenze generazionali. I giovani tendono a essere meno tolleranti verso i toni aggressivi e preferiscono forme di comunicazione più sintetiche e orientate ai contenuti. Le fasce d’età più mature, invece, appaiono in parte assuefatte al linguaggio dell’insulto, interpretandolo come un riflesso della durezza della competizione politica. Tuttavia, in generale, la richiesta di maggiore civiltà nel discorso pubblico è trasversale e accomuna elettori di diversi orientamenti politici.


Un ruolo decisivo è attribuito ai media. L’informazione televisiva, in particolare, ha costruito negli ultimi anni format che puntano sulla contrapposizione diretta, sull’invito in studio di ospiti con opinioni diametralmente opposte e sull’amplificazione dei momenti di conflitto. Il risultato è un linguaggio politico che spesso privilegia la battuta ad effetto rispetto all’argomentazione articolata. Anche i social network contribuiscono ad alimentare questo clima, con la viralità dei video più aggressivi e delle frasi offensive, che diventano terreno fertile per polarizzazione e radicalizzazione.


Gli effetti sulla democrazia non sono marginali. L’eccesso di inciviltà mina la fiducia nelle istituzioni, perché molti cittadini finiscono per percepire la politica come un’arena di scontro sterile piuttosto che come uno strumento per risolvere problemi concreti. Inoltre, la personalizzazione esasperata porta a concentrare l’attenzione sui leader e sui loro scontri diretti, oscurando il lavoro parlamentare e i processi decisionali collettivi. Questo impoverisce la qualità del dibattito pubblico e riduce la capacità della società di confrontarsi su temi complessi in modo costruttivo.


Gli studiosi avvertono anche del rischio di un circolo vizioso. Più i media danno spazio all’inciviltà, più i politici sono incentivati a utilizzare toni aggressivi per ottenere visibilità. A loro volta, gli spettatori, pur dichiarando di non gradire, finiscono per consumare questo tipo di contenuti, rafforzando la logica dello scontro. Per spezzare questo meccanismo, servirebbero regole più stringenti nei format televisivi e una maggiore responsabilità editoriale, ma anche un impegno diretto della politica nel cambiare registro comunicativo.


In questo quadro, alcuni segnali positivi arrivano dalle iniziative di promozione del linguaggio civile. Sono in crescita campagne che chiedono di abbassare i toni, progetti scolastici per l’educazione alla cittadinanza e persino movimenti spontanei che sui social promuovono la diffusione di contenuti positivi e argomentati. Tuttavia, si tratta ancora di esperienze minoritarie, che faticano a competere con la forza attrattiva del conflitto spettacolarizzato.


Il tema rimane dunque aperto: la società chiede più civiltà e rispetto nel confronto politico, ma l’ecosistema mediatico sembra preferire il linguaggio dell’insulto perché più remunerativo in termini di audience. Una contraddizione che racconta molto del rapporto tra politica e comunicazione nel nostro Paese e che pone un interrogativo cruciale sul futuro della democrazia e della qualità del dibattito pubblico.

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