Giorgetti tira le somme: l’Italia decima al mondo per il contributo del turismo al Pil, ma serve spingere ancora
- piscitellidaniel
- 30 set
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Quando Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, ha affermato che l’Italia occupa il decimo posto nella classifica mondiale dei Paesi con il maggior contributo del turismo al Pil, ha voluto sottolineare non solo un risultato di rilievo, ma anche stimolare una riflessione sul potenziale non ancora pienamente espresso del comparto. Il dato — circa 258 miliardi di dollari attribuiti al turismo — offre uno specchio del peso crescente del settore nei conti nazionali, ma porta con sé questioni decisive su efficienza, sostenibilità e capacità di innovazione.
Quel posizionamento “top ten” non può essere intuito come un punto di arrivo, bensì come indicatore di un’area strategica da sviluppare ulteriormente. In un mondo in cui molte economie guardano al turismo come motore di crescita, l’Italia ha il vantaggio di un patrimonio artistico, culturale, naturale e gastronomico senza pari, ma deve rispondere a sfide strutturali: infrastrutture disomogenee, stagionalità marcata, carenze nelle zone interne, costi elevati e competizione globale sempre più agguerrita.
Il contesto interno del 2024 conferma la rilevanza del turismo: il settore ha contribuito per il 10,8 % al Pil, generando un’occupazione attorno al 13 %. Questi numeri nascondono tendenze interessanti e tensioni nei territori. Le destinazioni tradizionali (città d’arte, coste, località alpine) continuano a concentrare la maggior parte dei flussi, ma cresce la domanda per mete alternative, per esperienze rurali, itinerari green e soggiorni fuori stagione. Questa domanda spinge verso una più diffusa “democratizzazione turistica” del Paese.
Se l’Italia è decima per contributo assoluto, lo è anche per capacità di attrazione: la classifica mondiale tiene conto del volume monetario generato da visitatori stranieri, non del peso percentuale sul Pil nazionale. Ciò significa che l’Italia, con la sua economia di dimensioni medio-grandi e con grandi numeri di arrivi, beneficia di una combinazione favorevole tra appeal turistico e struttura economica.
Ma dietro il dato positivo si agitano interrogativi chiave. Primo: quanto di quel contributo viene trattenuto localmente? In molti casi, i ricavi vengono captati da catene internazionali, intermediari globali, piattaforme digitali che trasferiscono valore fuori dai territori. La sfida è distribuire meglio i frutti del turismo verso le comunità locali, promuovendo economie diffuse e occasioni per le piccole imprese.
Secondo: la sostenibilità. Crescere non basta; servono strategie che coniughino accoglienza con protezione ambientale, consumo responsabile delle risorse, gestione del carico turistico e tutela del paesaggio. Un turismo incontrollato rischia di diventare un boomerang: degrado, costi sociali, perdita di bellezza e qualità dell’esperienza. Le politiche locali e nazionali devono costruire bilanciamenti dinamici.
Terzo: la resilienza alle crisi. Nel recente passato abbiamo visto come shock esterni — pandemie, crisi energetiche, tensioni geopolitiche — possano decapitare i flussi turistici. Il Paese, per evitare oscillazioni traumatiche, deve diversificare le stagioni, le provenienze dei visitatori, le modalità di fruizione. Puntare su eventi, turismo esperienziale, mobilità interna, turismo lento e alternativo potrà mitigare i rischi.
Quarto: l’adeguatezza infrastrutturale. Aerei, trasporti locali, connettività, servizi simili devono reggere non solo l’alta stagione, ma anche i picchi. Gli scali aeroportuali, le linee ferroviarie, le strade secondarie e gli operatori dell’accoglienza sono chiamati a potenziarsi per evitare strozzature e cadute di reputazione. Non basta che arrivino i turisti: devono muoversi con fluidità.
Infine, un nodo centrale è il calendario degli eventi globali: il Giubileo a Roma, le Olimpiadi Milano-Cortina, grandi festival internazionali. Sono fabbriche di visibilità, attrattori naturali per il pubblico mondiale, ma richiedono progetti integrati che mettano in rete città, territori, infrastrutture e offerta culturale. Il vero guadagno dal turismo si ottiene quando l’evento diventa spinta permanente per il resto dell’anno, non fenomeno episodico.
Quando Giorgetti parla di “dato sorprendentemente positivo, ma possiamo fare di più”, coglie il nodo strategico: non basta emergere nella classifica mondiale, serve trasformare quel contributo in uno sviluppo duraturo, equo, intelligente. L’Italia ha vinto molte battaglie per portarsi tra le prime dieci, adesso deve vincere la guerra del valore interno, dove chi partecipa al turismo — dall’impresa locale al custode culturale — ne riceva benefici tangibili.
Questo risultato non sarà sostenibile se non nasce una visione che connette, che pianifica, che responsabilizza. Il turismo non può restare una variabile esterna alla politica industriale: deve entrare nel cuore delle strategie di sviluppo territoriale, di rigenerazione urbana e rurale, di innovazione culturale e digitale. Solo così il decimo posto mondiale può diventare base per un’Italia che non corre dietro al turismo, ma lo guida e lo trasforma in prospettiva di futuro.

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