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Gaza, gli Stati Uniti offrono a Hamas un’uscita dalle aree controllate da Israele

Gli Stati Uniti hanno presentato una proposta che punta a ottenere da Hamas un progressivo disimpegno dalle aree della Striscia di Gaza ancora sotto il suo controllo, in cambio dell’apertura di un percorso di cessate il fuoco e di un piano di ricostruzione internazionale. L’offerta, discussa nelle ultime ore con i vertici israeliani e trasmessa attraverso i canali diplomatici al Cairo e a Doha, rappresenta il tentativo più concreto degli ultimi mesi di avviare una nuova fase nel conflitto che da oltre un anno devasta la regione.


La proposta prevede una cessazione delle ostilità condizionata all’accettazione da parte di Hamas di un ritiro parziale e graduale dai principali centri urbani del nord della Striscia, a partire da Gaza City e Beit Hanoun. Le zone evacuate sarebbero poste sotto il controllo di una forza multinazionale con mandato umanitario e garanzie di sicurezza israeliane, mentre la ricostruzione verrebbe finanziata solo nei territori effettivamente liberati dalla presenza armata. L’obiettivo dichiarato è ridurre la capacità militare di Hamas e creare una base per un’amministrazione civile palestinese alternativa, con il sostegno dell’Autorità Nazionale Palestinese e della comunità internazionale.


Fonti diplomatiche americane hanno chiarito che la proposta non implica un riconoscimento politico di Hamas, ma costituisce un canale pragmatico per uscire dall’impasse militare. Washington intende evitare un’ulteriore escalation che potrebbe destabilizzare la regione, e al tempo stesso rafforzare la propria influenza nella ricostruzione postbellica. Israele, da parte sua, considera il piano come un primo passo verso la smilitarizzazione completa di Gaza, pur mantenendo il controllo strategico dei valichi e dello spazio aereo. Il governo israeliano ha però precisato che ogni concessione sarà subordinata alla liberazione di tutti gli ostaggi ancora detenuti.


Hamas ha ricevuto la proposta attraverso i mediatori del Qatar e dell’Egitto, ma le prime reazioni interne appaiono contrastanti. L’ala politica sarebbe disposta a valutarla come soluzione temporanea, mentre i vertici militari ne contestano apertamente i contenuti, ritenendola una forma di resa mascherata. Tra le richieste di Hamas figurano la cessazione completa dei bombardamenti, il ritiro totale dell’esercito israeliano dalla Striscia e garanzie internazionali sulla sicurezza dei propri dirigenti e delle famiglie dei combattenti. Condizioni giudicate inaccettabili da Israele, che insiste su una riduzione immediata delle forze armate del movimento e sulla consegna di parte degli armamenti pesanti.


Il piano americano si articola in tre fasi. Nella prima, Hamas dovrebbe evacuare le aree settentrionali e consentire l’ingresso delle forze di monitoraggio. Nella seconda, le agenzie umanitarie e gli organismi internazionali inizierebbero la distribuzione di aiuti e la ricostruzione delle infrastrutture civili. Solo nella terza fase, in caso di piena collaborazione, verrebbe avviato un percorso politico che coinvolgerebbe l’Autorità Palestinese e i paesi arabi moderati per la creazione di una nuova amministrazione unificata a Gaza.


La Casa Bianca ha definito la proposta “una finestra di opportunità per restituire speranza ai civili di Gaza”, sottolineando che nessun finanziamento internazionale sarà erogato in aree ancora occupate da milizie armate. L’intento è spezzare il legame tra aiuti economici e potere militare, trasformando la ricostruzione in un incentivo concreto alla smobilitazione. Gli Stati Uniti intendono inoltre garantire, insieme a Israele, la sicurezza dei corridoi umanitari e la distribuzione controllata degli approvvigionamenti essenziali.


Sul piano internazionale, la proposta ha ricevuto un’accoglienza prudente. L’Unione Europea e il Regno Unito hanno espresso sostegno al principio di una transizione politica, ma hanno avvertito che il rischio di una divisione permanente della Striscia resta alto. Il Qatar e l’Egitto, mediatori tradizionali, hanno chiesto che l’accordo includa un impegno formale israeliano a non condurre ulteriori operazioni militari nelle zone evacuate. La Turchia ha espresso scetticismo, giudicando la proposta troppo sbilanciata a favore di Israele.


Per i civili palestinesi la posta in gioco è altissima. Dopo mesi di bombardamenti e assedio, la prospettiva di una tregua e di una riapertura dei canali umanitari rappresenta un sollievo immediato, ma resta incerta la sostenibilità politica di un accordo che non risolve le questioni di fondo. Le organizzazioni umanitarie temono che un’eventuale divisione territoriale tra aree controllate da Israele e altre da un’amministrazione palestinese provvisoria finisca per cristallizzare una separazione de facto della Striscia.


Israele, pur sostenendo la linea americana, continua a ribadire che nessun compromesso potrà essere considerato definitivo finché Hamas manterrà capacità operative. Le forze armate israeliane hanno già delimitato le cosiddette “aree sicure”, che attualmente coprono poco più della metà del territorio di Gaza, e puntano a estendere progressivamente questa fascia fino a includere i principali centri abitati. Ogni ampliamento dipenderà dalla risposta di Hamas e dal grado di adesione ai termini dell’accordo.


La proposta statunitense rappresenta dunque un tentativo di riequilibrare il conflitto attraverso un percorso negoziale che limiti le perdite civili e apra la strada a una gestione multilaterale della ricostruzione. Tuttavia, la sua riuscita dipende dall’accettazione di condizioni estremamente rigide e dalla disponibilità di entrambe le parti a rinunciare a obiettivi militari immediati in favore di una stabilità a lungo termine.

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