Ex Ilva, Mantovano: “È il momento più difficile, ma la situazione non è ancora definitivamente compromessa”
- piscitellidaniel
- 21 mag
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La crisi dell’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, ha raggiunto un nuovo livello di criticità. In un contesto segnato da incertezza industriale, tensioni sociali e sfide ambientali irrisolte, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha dichiarato pubblicamente che “è il momento più difficile nella lunga vicenda dell’Ilva, ma la situazione non è ancora definitivamente compromessa”. Le parole del rappresentante del governo riflettono la consapevolezza della gravità dello scenario, ma allo stesso tempo lasciano aperta la possibilità di un intervento che possa evitare il collasso definitivo del più grande impianto siderurgico d’Europa.
L’affermazione è arrivata nel corso di un intervento a margine di una conferenza pubblica, mentre a Taranto e Roma si moltiplicano gli incontri tecnici tra esponenti del governo, amministratori straordinari e rappresentanti sindacali. La situazione attuale vede la fabbrica in condizioni operative gravemente ridotte: gli altiforni sono in parte fermi, la produzione è ai minimi storici e la tensione tra i lavoratori è altissima, complici stipendi ritardati, turni rimodulati e prospettive industriali sempre più opache. La proprietà, oggi in mano al pubblico dopo l’uscita di ArcelorMittal, è gestita da un’amministrazione straordinaria che cerca faticosamente di stabilizzare la produzione e allo stesso tempo mantenere un presidio strategico nazionale.
Le difficoltà principali restano di natura finanziaria e impiantistica. Gli investimenti necessari per la messa in sicurezza ambientale e la riconversione degli impianti si contano in miliardi. Secondo i dati forniti dai tecnici dell’ex Ilva, solo la decarbonizzazione del sito di Taranto, attraverso l’introduzione di forni elettrici, richiederebbe oltre 2 miliardi di euro e tempi di realizzazione superiori ai 4-5 anni. Tuttavia, finora mancano i fondi certi e la chiarezza sugli strumenti di finanziamento, anche da parte dell’Unione Europea, la cui posizione sul sostegno pubblico a impianti inquinanti resta ambigua.
Il sottosegretario Mantovano ha ribadito che “il governo non intende abbandonare Taranto”, confermando che è in corso una valutazione multilivello tra Palazzo Chigi, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy e il MEF per costruire un piano industriale credibile, che possa attrarre nuovi investitori e magari riportare una componente di capitale privato nella gestione. Le ipotesi più accreditate parlano di un coinvolgimento di aziende pubbliche o controllate, come Cdp o Leonardo, in una cordata che garantisca continuità, ma nulla è stato ancora deciso.
Nel frattempo, il fronte sindacale alza la voce. Le principali sigle metalmeccaniche, da Fiom a Uilm, denunciano la condizione di stallo in cui versa la fabbrica e chiedono misure urgenti. Durante l’ultimo incontro con i vertici dell’amministrazione straordinaria, i rappresentanti dei lavoratori hanno definito “intollerabile” la mancanza di un cronoprogramma sugli investimenti e l’assenza di garanzie occupazionali. Sono oltre 10.000 i dipendenti coinvolti, tra diretti e indotto, a cui si sommano le famiglie e le economie locali che gravitano attorno allo stabilimento.
Anche le associazioni ambientaliste seguono con attenzione la vicenda. Legambiente e Peacelink continuano a monitorare la qualità dell’aria e i livelli di inquinanti nell’area urbana di Taranto, e non hanno mancato di sottolineare, in occasione dell’ultima perizia dell’Istituto Superiore di Sanità, come le emissioni dell’impianto continuino a rappresentare un rischio per la salute pubblica. Le associazioni chiedono una riconversione radicale del sito, con la chiusura graduale delle sezioni più impattanti e la trasformazione del modello produttivo.
Il quadro che emerge è quello di una crisi industriale che non è solo economica, ma sociale e ambientale, e che si inserisce in un dibattito più ampio sul ruolo dell’industria pesante in Italia. La questione ex Ilva tocca corde profonde: la difesa dell’occupazione, il diritto alla salute, la necessità di una transizione energetica giusta. Le parole di Mantovano, pur lasciando uno spiraglio, indicano che il tempo a disposizione per evitare il tracollo definitivo è ormai ridotto al minimo.

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