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E-government in Europa: il 70% dei cittadini usa i servizi digitali, ma l’Italia resta indietro

Nel 2024, l’utilizzo dei servizi online della pubblica amministrazione nell’Unione Europea ha raggiunto il 70% tra i cittadini di età compresa tra i 16 e i 74 anni. Un dato in crescita, seppure lieve, rispetto al 69,3% del 2023, ma che conferma una tendenza ormai consolidata: l’e-government è sempre più parte della quotidianità dei cittadini europei. A rivelarlo è il più recente rapporto di Eurostat, che fotografa in dettaglio l’andamento della digitalizzazione nei rapporti tra cittadini e istituzioni pubbliche nei Paesi membri dell’Unione.


Tra le attività più comuni svolte online nel corso dell’ultimo anno, si conferma al primo posto la consultazione di informazioni su servizi, benefici, normative, orari di apertura o altri aspetti di interesse pubblico, con una percentuale del 44% sul totale degli utenti. Seguono le operazioni di invio di moduli compilati, l’accesso a servizi sanitari digitali, come il fascicolo sanitario elettronico, e il pagamento di tasse e tributi. In coda alla classifica restano le richieste o i reclami formali presentati online, attività svolta da appena il 5,3% degli utenti, anche se in lieve aumento rispetto all’anno precedente.


Tra i Paesi più avanzati spicca la Danimarca, dove il 99% dei cittadini ha utilizzato almeno una volta nell’ultimo anno i servizi di e-government. Un risultato che si inserisce in un contesto nazionale fortemente digitalizzato: secondo Statistics Denmark, il 77% dei danesi interagisce con i servizi pubblici digitali almeno una volta a settimana. Seguono i Paesi Bassi con il 96%, la Finlandia e la Svezia con il 95%, tutti Paesi dove l’alfabetizzazione digitale è molto diffusa e l’accesso ai servizi pubblici online è semplice, rapido e centralizzato.


Accanto a questi esempi virtuosi, il rapporto evidenzia anche situazioni di forte ritardo. Romania e Bulgaria si trovano in fondo alla classifica con percentuali rispettivamente del 25,3% e del 31,5%. L’Italia si colloca leggermente al di sopra della media inferiore, con un valore del 55,1%. Un dato che segnala un uso crescente dei servizi pubblici digitali, ma che evidenzia anche un ampio margine di miglioramento rispetto agli standard europei più elevati.


A limitare l’utilizzo in Italia concorrono diversi fattori: una disparità significativa nell’accesso alla rete tra aree urbane e rurali, bassi livelli di competenze digitali in alcune fasce della popolazione e un’offerta di servizi online ancora troppo frammentata tra enti, con piattaforme talvolta non interconnesse tra loro. Il risultato è una user experience non sempre fluida, che scoraggia una parte della popolazione, in particolare quella anziana, dal ricorrere con continuità agli strumenti digitali.

Un altro elemento centrale del rapporto riguarda l’identificazione elettronica (eID), ovvero l’uso di credenziali digitali sicure per accedere ai servizi online. A livello europeo, il 41% delle persone tra i 16 e i 74 anni ha utilizzato il proprio eID per scopi privati nei 12 mesi precedenti. I Paesi leader in questo ambito sono ancora una volta la Danimarca (98%), i Paesi Bassi (95%) e la Finlandia (94%). L’Italia presenta dati inferiori alla media, con percentuali più alte nelle fasce d’età tra i 25 e i 44 anni, mentre tra i cittadini oltre i 65 anni l’utilizzo si ferma al 25%.


L’eID rappresenta uno snodo cruciale nella digitalizzazione dei servizi pubblici. La sua diffusione consente non solo un accesso più sicuro e rapido, ma permette anche l’integrazione transfrontaliera tra sistemi pubblici nazionali, facilitando ad esempio la mobilità dei lavoratori o l’erogazione di servizi sanitari per i cittadini europei in viaggio.


Tuttavia, anche nei Paesi più avanzati come la Danimarca emergono alcune criticità. La piena digitalizzazione comporta una maggiore vulnerabilità agli attacchi informatici. Proprio per questo l’Agenzia nazionale danese per la sicurezza cibernetica (Samsik) ha recentemente innalzato il livello di minaccia di spionaggio informatico da medio ad alto. Le stime di Deloitte parlano di un fabbisogno di 20.000 esperti di cybersicurezza da colmare entro il 2030. Il governo ha quindi predisposto un piano di emergenza per il biennio 2025-2026 volto a rafforzare la resilienza delle infrastrutture digitali pubbliche.


Il report evidenzia inoltre come il livello di istruzione e l’età restino due discriminanti fondamentali nell’adozione dell’e-government. I cittadini tra i 25 e i 34 anni risultano i più attivi, con il 50% di utilizzo regolare dell’eID, seguiti dalla fascia 35-44 (49%) e da quella 45-54 (44%). I più giovani (16-24 anni) usano meno frequentemente questi strumenti, anche perché hanno minori interazioni dirette con la pubblica amministrazione. Gli over 65, invece, mostrano i tassi di adozione più bassi, con appena il 25% che ha usato l’identità elettronica per accedere a un servizio.


In sintesi, l’Europa si muove a velocità differenziate nel processo di digitalizzazione dei servizi pubblici. L’Italia si colloca in una posizione intermedia, con un utilizzo crescente ma ancora frenato da problemi strutturali e culturali. L’esperienza degli altri Paesi europei dimostra che un alto livello di digitalizzazione è possibile, ma richiede investimenti in infrastrutture, educazione digitale e sicurezza informatica. L’e-government può rappresentare uno strumento potente per migliorare il rapporto tra cittadini e istituzioni, ma solo se l’accesso ai servizi sarà realmente inclusivo, efficiente e sicuro.

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