Draghi, auto-e-car e le barriere tecnologiche: la ricetta per salvare la sovranità europea e rilanciare competitività, industria e innovazione
- piscitellidaniel
- 17 set
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Mario Draghi ha lanciato un monito forte all’Unione Europea: per non restare in balia delle dinamiche globali, per non perdere terreno rispetto a Stati Uniti e Cina, serve un’azione concreta per superare le barriere tecnologiche che ostacolano crescita, innovazione e autonomia strategica. Al centro dell’analisi dell’ex premier ed ex presidente della BCE ci sono i temi dell’e-car, delle auto elettriche, delle tecnologie pulite, ma anche di tutto ciò che concerne le infrastrutture digitali, la regolamentazione, l’energia, le filiere industriali. La sua proposta è quella di una sovranità tecnologica europea che passi non solo da protezione o difesa, ma da capacità produttiva, investimenti comuni, semplificazione normativa, coordinamento tra gli Stati membri.
Il punto di partenza della riflessione è il ritardo che l’Europa ha accumulato su settori chiave in cui la trasformazione tecnologica è già in corso e accelera: veicoli elettrici, batterie, infrastrutture intelligenti, tecnologie digitali di frontiera. Draghi sottolinea che non basta avere il mercato potenziale; serve che l’Europa abbia anche le condizioni — normative, infrastrutturali, energetiche, di competenze — per produrre, innovare e competere. In questo senso le “barriere tecnologiche” non sono solo dazi o regolamenti esterni, ma ostacoli interni, frizioni regolatorie, lacune nei regolamenti, normative ridondanti, sistemi di autorizzazione lenti, energia costosa, difficoltà nei finanziamenti e nei mercati dei capitali, permettendo a chi è più avanti sul fronte digitale e manifatturiero di superare l’Europa.
Un settore su cui Draghi concentra molta attenzione è quello dell’auto elettrica. Perché è emblematico: è un settore in cui si misurano molte delle sfide che l’Europa sta affrontando — transizione energetica, innovazione, infrastrutture, competizione della supply chain. Draghi segnala che per l’e-car servono standard comuni europei, una rete di ricarica diffusa, interoperabile, investimenti precisi e abbondanti, filiere di batterie stabili, accesso a materie prime critiche, politiche di sostegno che siano credibili e durature e non frammentate tra Stati. Serve che i produttori odierni e futuri non siano penalizzati da normative troppo rigide, da procedure autorizzatorie troppo lente, da costi energetici e burocratici eccessivi, dato che in molti casi questi costi si sommano a quelli della transizione stessa.
Un altro asse della proposta riguarda la politica industriale europea: se l’Europa vuole essere padrona del proprio destino tecnologico e industriale, Draghi propone che si rafforzino gli investimenti comuni, che si pensi a strumenti di finanziamento pubblico-privato su scala, che si lavori per ridurre le dipendenze esterne nei nodi critici delle filiere: semiconduttori, hardware per IA, batterie, energia, infrastrutture digitali, difesa. In questo orizzonte, la sovranità tecnologica non è isolamento, ma capacità di essere un attore forte, di scegliere da chi comprare, da chi farsi fornire, di non restare vincolato a esterni che possono decidere condizioni o bloccare flussi.
Draghi evidenzia anche la questione delle politiche fiscali e regolatorie come leve decisive: la regolamentazione europea, che spesso pone priorità su precauzione e tutela, rischia di diventare fardello se non accompagnata da armonizzazione, da uniformità di standard, da tempi certi per le autorizzazioni, da riduzione delle divergenze regolatorie tra Stati membri. Allo stesso modo, serve che i costi dell’energia siano ridotti, che il mercato energetico europeo sia più integrato, che vi siano contratti a lungo termine, capacità di approvvigionamento stabile, investimenti nella decarbonizzazione che tengano conto della competitività.
La proposta include anche la necessità di rafforzare il mercato interno europeo: che sia mercato dei capitali efficiente, che sia facile investire, creare startup, fare scale-up, attrarre capitali, proteggere la proprietà intellettuale, garantire che le aziende europee non debbano delocalizzare per trovare condizioni migliori. Draghi sostiene che molte imprese innovative lasciano il Vecchio Continente non per mancanza di talento, ma per mancanza di infrastrutture, energia costosa, problemi normativi, difficoltà di accedere al capitale.
Tra i nodi chiave che emergono dai suoi interventi ci sono le barriere interne all’UE, valutate come equivalenti a dazi significativi, specie nei servizi, nelle autorizzazioni, nei regolamenti tecnici: ostacoli che rendono difficile per le imprese europee operare tra Stati membri, non riuscire a standardizzare, ottenere massa critica, creare catene del valore comuni su scala continentale.
Draghi, dunque, propone un’Europa che sia più ambiziosa, che faccia uso più deciso della politica pubblica come strumento abilitatore, non solo come regolatore. Questa Europa deve investire massicciamente in tecnologie, innovazione, infrastrutture, politiche ambientali e clima, per non rimanere schiacciata tra le potenze emergenti dal punto di vista tecnologico e quelle consolidate che stanno ridisegnando catene del valore globali con strumenti finanziari, capacità produttive e standard che penalizzano chi è meno agile.
Un aspetto che appare più strategico è quello della sovranità: tecnologica, industriale, energetica. Sovranità che non è autoisolamento, ma capacità di scegliere, di non dipendere, di riuscire a proteggere le proprie industrie, i propri posti di lavoro, la propria innovazione. Secondo Draghi, l’Europa non può permettersi di essere spettatrice delle rivoluzioni in corso (digitalizzazione, AI, auto elettriche, tecnologie verdi) senza definire subito le condizioni perché queste rivoluzioni si traducano in vantaggio competitivo, non in minacce.

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