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Dote Famiglia: misure spot e incertezza frenano le scelte delle famiglie italiane

La “Dote Famiglia”, pensata come strumento per sostenere le spese delle famiglie con figli per attività sportive e ricreative, rischia di restare una promessa più visibile nelle intenzioni che concreta nella realtà quotidiana. Le modalità di applicazione, i limiti di reddito, le incertezze sugli importi e i vincoli temporali contribuiscono a generare diffidenza tra i potenziali beneficiari. Il risultato è che molti genitori esitano a pianificare, investire o semplicemente attendere il bando, in attesa di capire se le promesse si tradurranno davvero in aiuti reali.


La misura opera su un contesto ristretto. Il bonus è destinato a nuclei familiari con ISEE inferiore a 15.000 euro e per figli con età compresa tra 6 e 14 anni, con l’obbligo che le attività siano organizzate da associazioni sportive o ricreative riconosciute (ASD/SSD, ETS, ONLUS). Il contributo previsto è pari a 300 euro per ciascun figlio, fino a un massimo di due figli per nucleo. L’adesione delle associazioni deve avvenire entro una data congelata per poter entrare nel circuito dei beneficiabili. Le domande verranno valutate in ordine cronologico, fino ad esaurimento del fondo.


È proprio questa logica “chi arriva prima” uno dei fattori più contestati. In un regime così, contano non solo le condizioni economiche, ma anche la tempestività d’azione, la prontezza tecnica, la consapevolezza digitale. Famiglie con minori risorse informative o meno abituate alle procedure online rischiano di restare escluse — non per incapacità economica, ma per difficoltà burocratiche. In un sistema che rimane “a sportello”, l’equità rischia di essere subordinata a chi riesce a muoversi più velocemente.


Un altro elemento critico è il carattere “spot” dell’iniziativa: la dote non è strutturale, ma legata a una dotazione limitata per l’anno 2025. Questo comporta che la misura non possa essere assunta come certezza permanente da parte delle famiglie che vorrebbero programmare le spese annuali per i figli considerando il bonus come parte del bilancio disponibile. L’assenza di una prospettiva pluriennale mina la capacità delle famiglie di pianificare.


L’incertezza sull’effettiva concessione del contributo, sulle modalità di erogazione e sui criteri di verifica della partecipazione è un ulteriore deterrente. Quanti genitori, temendo di presentare domanda fuori tempo o con dati non validi, perderanno l’occasione? Quanti preferiranno non iscrivere il figlio al corso sportivo perché non si fidano che l’aiuto arriverà? Le variabili rischiano di bloccare l’effetto moltiplicatore della misura.


In pratica, la dote può funzionare bene solo se le associazioni aderenti siano diffuse e capillari nei territori, se le famiglie siano adeguatamente informate e supportate, se la piattaforma tecnica sia stabile e veloce. In regioni periferiche, nei comuni piccoli, dove le realtà sportive sono scarse, la “coperta” della dote potrebbe non coprire tutti. Se un solo corso aderente non è presente vicino al territorio del beneficiario, il vantaggio perde valore pratico.


Un aspetto meno visibile ma rilevante è il possibile sovrapporsi con altre misure locali. In alcune regioni o comuni esistono già supporti per le attività sportive o ricreative per minorenni: chi riceve già un contributo locale potrà essere escluso dalla dote nazionale per lo stesso fine. La verifica di compatibilità tra livelli istituzionali può generare ostacoli operativi e conflitti normativi.


Le famiglie che potrebbero avere maggiore beneficio — quelle nei redditi medio-bassi, con due figli e che già fanno sacrifici per iscrivere i ragazzi alle attività — sono esattamente quelle che spesso sono meno preparate ad affrontare procedure complicate. Se l’interfaccia, la modulistica, le istruzioni non sono chiare (e subito disponibili), la misura rischia di premiare non chi ha bisogno, ma chi ha capacità tecnica e informativa.


Comunque, la misura ha forti potenzialità simboliche: mette lo sport e le attività extra scolastiche al centro dell’attenzione delle politiche sociali, riconosce che lo sviluppo dei minori non è solo responsabilità delle famiglie ma di tutta la comunità. Se funzionasse davvero, può essere un incentivo per la partecipazione, per la socialità, per l’equità di accesso. Ma perché accada, servirà che le promesse si trasformino in efficacia amministrativa, tempestività, semplicità e copertura capillare.

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