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Cultura in Calabria: intrusione elettorale o risveglio civico? Lo scontro Occhiuto-Tridico trasforma i libri in poltrone

In Calabria, mai come oggi, la cultura è diventata terreno di scontro politico. Quella che avrebbe dovuto essere una riflessione sul valore del sapere, delle biblioteche e dell’arte si è trasformata in uno scenario dove simboli, palchi e festival sono usati come strumenti per veicolare promesse e guadagnare consenso. È accaduto a Soveria Mannelli, durante il festival culturale “Sciabaca”, quando i candidati alla Presidenza regionale — Roberto Occhiuto per il centrodestra e Pasquale Tridico per il centrosinistra — sono saliti sul palco del dialogo culturale per trasformarlo in arena politica, scatenando una polemica che ha messo in luce la fragilità del confine tra impegno culturale e tattica elettorale.


Il tema “cultura” non era stato finora al centro della campagna elettorale calabrese in modo così visibile. Gli slogan, il reddito minimo, la sanità e i trasporti avevano monopolizzato il dibattito; fino a ieri la cultura era confinata ai convegni di nicchia, alle rubriche dei giornali, alle promesse vaghe. Ma intervenire oggi con un’operazione visiva — mettere libri, scrittori, festival come sfondo dei confronti pubblici — significa trasformare l’identità culturale della regione in una leva di consenso immediato.


Il caso è emblematico. Nel contesto del festival “Sciabaca Editore”, gli interlocutori si sono misurati non solo sulle misure concrete per biblioteche, lettura, sostegno agli autori calabresi, ma anche sulla rappresentazione simbolica: chi può dire di avere più legittimità nel promuovere la cultura, con quale stile, con quali finanziamenti, con che idea di centralità regionale. In quel momento, i libri diventano paletti, la cultura si carica di valore testuale e simbolico, e il palco si trasforma in un’arena dove vincere non è solo convincere, ma essere percepiti come campione del cambiamento.


Le cifre preesistenti alzano il livello di urgenza. Una recente indagine dell’Associazione Italiana Editori ha messo in evidenza che in Calabria solo il 58 % della popolazione adulta ha letto almeno un libro nell’ultimo anno, ben sotto la media nazionale. Gran parte dei Comuni calabresi è priva di una libreria, e le infrastrutture culturali restano deboli, sparse, spesso invisibili rispetto ai bisogni reali. In questa condizione, offrire risposte credibili significa più che distribuire fondi: significa ripensare la capacità istituzionale, le reti territoriali e la funzione della cultura come strumento di coesione sociale.


Il confronto tra Occhiuto e Tridico non si è limitato ai grandi numeri, ma ha toccato questioni specifiche: gestione delle biblioteche comunali, digitalizzazione, luoghi della cultura nei borghi, politiche per i giovani lettori. Occhiuto ha cercato di radicare il suo racconto sul recupero del patrimonio già esistente, l’ammodernamento degli spazi, la centralità del turismo culturale come volano economico. Tridico ha risposto evocando il diritto culturale come parte del benessere, l’idea che chi abita le zone interne debba avere accesso agli stessi strumenti di chi vive in centro urbano.


Ma dietro le parole scorre un rischio implicito: che la cultura diventi “agibile” solo quando serve a una campagna, non come impegno permanente. Spesso, progetti annunciati in questi contesti restano nelle carte, privi di sostenibilità, dimenticati al termine della tornata elettorale. E questo rende lo scontro culturale non soltanto segno di vitalità, ma ipoteca sul futuro: chi vince e non mantiene, deluderà gli attesi e rafforzerà lo scetticismo.


L’ingresso della cultura nella campagna calabrese parla anche a chi guarda da fuori: indica una nuova fase dove il politico non può ignorare l’immaginario, dove l’identità regionale, le radici, le storie contano almeno quanto i numeri. È un cambiamento che spinge i candidati ad avere una narrazione culturale piuttosto che solo promessa infrastrutturale. In un territorio segnato da spopolamento, da fughe di cervelli, da terra ferita, parlare di cultura è parlare di futuro, di simboli, di ragioni di restare oltre che di vivere.


Questo slittamento ha, però, bisogno di concretezza per non restare esercizio estetico. Le risorse devono essere stabili, non episodiche; la governance culturale deve essere radicata nei Comuni, nelle scuole, in percorsi istituzionali che sopravvivano alla campagna. Le associazioni locali, gli operatori culturali, gli artisti calabresi — più che spettatori — devono essere protagonisti e interlocutori veri, non meri slogan da usare in comizio. Se questo salto culturale nella campagna elettorale non sarà accompagnato da corresponsabilità reale, la delusione sarà dietro l’angolo.

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