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Consulta, il divieto di terzo mandato vale anche per il Trentino: la decisione accende l’ira di Zaia e riapre il dibattito sulle autonomie regionali

La Corte costituzionale ha stabilito che il divieto di un terzo mandato consecutivo per i presidenti di regione si applica anche alle province autonome di Trento e Bolzano, confermando la validità del principio contenuto nella legge nazionale e respingendo l’interpretazione secondo cui le norme statutarie locali potessero prevedere eccezioni. La decisione, arrivata dopo settimane di attesa e di acceso confronto politico, ha suscitato immediate reazioni nel panorama istituzionale italiano, soprattutto in Veneto, dove il presidente Luca Zaia ha espresso forte contrarietà, definendo la sentenza un limite all’autonomia e alla volontà popolare. La Consulta ha invece ribadito che il principio di alternanza è parte integrante della democrazia regionale e non può essere derogato neppure dalle autonomie speciali, la cui potestà legislativa resta subordinata ai principi fondamentali dell’ordinamento repubblicano.


Il pronunciamento trae origine da un ricorso presentato dal governo contro una norma dello Statuto trentino che, in sede di interpretazione, avrebbe consentito una terza candidatura consecutiva del presidente della provincia. Secondo i giudici costituzionali, tale previsione viola il quadro nazionale in materia di elezione diretta dei presidenti e compromette l’uniformità del sistema regionale, che deve garantire un equilibrio tra rappresentanza, ricambio e stabilità. La Corte ha precisato che il limite dei due mandati è un vincolo di principio, volto a evitare la concentrazione di potere e a preservare la natura temporanea del mandato elettivo. L’autonomia delle regioni e delle province speciali, ha aggiunto la Consulta, non può spingersi fino a modificare elementi strutturali del sistema democratico, poiché ciò contrasterebbe con la logica costituzionale di bilanciamento fra autogoverno e unità nazionale.


La reazione di Luca Zaia è stata immediata e dura. Il governatore del Veneto ha definito la decisione una “ferita all’autonomia” e ha chiesto un intervento legislativo per modificare la norma nazionale, sostenendo che la volontà popolare debba prevalere sulle interpretazioni giuridiche. Zaia ha ricordato che il suo mandato ha ottenuto un consenso trasversale e che limitare la possibilità di ricandidarsi significa, di fatto, impedire agli elettori di scegliere liberamente. Secondo il presidente veneto, la decisione della Corte costituzionale penalizza l’esperienza amministrativa maturata nei territori e introduce un principio di uniformità che contraddice lo spirito dell’autonomia differenziata. In diverse dichiarazioni, il governatore ha sottolineato come il limite dei due mandati debba essere rivisto dal Parlamento, trasformandolo da norma inderogabile a disposizione di carattere ordinario, che le regioni possano eventualmente adattare alle proprie esigenze.


Sul piano politico, la sentenza ha avuto un effetto immediato anche all’interno della Lega, dove la posizione di Zaia continua a rappresentare un punto di equilibrio tra l’anima federalista e quella più centralista del partito. Alcuni dirigenti vicini al leader Matteo Salvini hanno invitato alla cautela, ricordando che la sentenza va rispettata e che eventuali modifiche devono passare per il Parlamento. Altri, invece, sostengono la linea del presidente veneto, considerandola coerente con la tradizione autonomista del Nord e con la necessità di rafforzare le competenze regionali. L’episodio riapre così un confronto interno sul ruolo delle autonomie e sulla riforma dell’assetto istituzionale dello Stato, in un momento in cui la maggioranza di governo sta cercando di definire i contenuti dell’autonomia differenziata.


L’interpretazione della Corte costituzionale è destinata a incidere anche su altre realtà regionali, come Friuli Venezia Giulia e Sicilia, che in passato avevano discusso la possibilità di rivedere le regole sui mandati. Gli esperti di diritto costituzionale sottolineano che la sentenza rappresenta una conferma del principio di omogeneità istituzionale: l’ordinamento italiano riconosce margini di autonomia ma impone che le regole fondamentali della rappresentanza politica restino uguali per tutti. In particolare, il limite dei due mandati consecutivi è considerato un presidio contro il consolidamento del potere personale e uno strumento di garanzia democratica, volto a favorire il ricambio delle classi dirigenti e a impedire che la leadership regionale diventi una carica permanente.


Nel mondo accademico e istituzionale la decisione della Consulta è stata accolta con valutazioni contrastanti. Alcuni costituzionalisti la interpretano come un atto di coerenza con la giurisprudenza precedente, che da anni riafferma la necessità di uniformità nei principi democratici, anche in presenza di autonomie speciali. Altri, invece, ritengono che la Corte abbia adottato una posizione eccessivamente rigida, sacrificando l’autonomia legislativa locale in nome di un’unità istituzionale ormai superata dalla stessa evoluzione del sistema. La questione tocca un nodo profondo dell’ordinamento: fino a che punto è possibile differenziare i modelli di autogoverno senza intaccare la coerenza dello Stato unitario.


La sentenza ha suscitato inevitabili riflessi anche a livello politico nazionale. Da un lato, le forze di opposizione accusano il centrodestra di aver strumentalizzato il tema dei mandati per fini personali, ricordando che le regole democratiche non possono essere modificate in funzione dei singoli casi. Dall’altro, i partiti di governo rilanciano la necessità di aprire un confronto parlamentare, per valutare se il limite dei due mandati sia ancora adeguato al contesto attuale, in cui la stabilità amministrativa è considerata un valore. In questo scenario, la posizione di Zaia continua a essere centrale, non solo per il peso politico che riveste nel panorama nazionale, ma anche perché la sua esperienza di governo regionale è diventata un riferimento per l’intero fronte delle autonomie.


La decisione della Corte costituzionale, pur chiudendo un contenzioso giuridico, apre dunque un nuovo capitolo nel dibattito sulle relazioni tra Stato e Regioni, riproponendo il tema del bilanciamento tra autonomia territoriale e uniformità istituzionale. Il confronto ora si sposta sul piano politico, dove il Parlamento sarà chiamato a valutare se mantenere l’attuale disciplina o avviare una revisione che tenga conto delle specificità regionali e della volontà degli elettori di scegliere liberamente i propri rappresentanti.

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