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Centrodestra in pressing finale: la corsa ai candidati per Veneto, Puglia e Campania entra nella fase decisiva

Il centrodestra è chiamato ad una prova cruciale nella sua narcia verso le elezioni regionali di fine anno: nelle tre regioni ancora “scoperte” – Veneto, Puglia e Campania – la coalizione è sotto pressione per definire i candidati che la rappresenteranno. Quella che era stata una fase interlocutoria si avvia a chiudersi, ma le tensioni interne, le rivalità territoriali e la scelta fra candidature “politiche” o “civiche” mantengono alto il rischio di slittamenti o rotture dell’intesa. In questa fase, il calendario stringe, le iniziative del centrosinistra sono già in campo e ogni giorno che passa amplifica il potere del “chi arriva prima” nelle trattative.


Il punto di partenza è l’esito elettorale delle Marche, dove il centrodestra ha raccolto una vittoria netta, fungendo da volano motivazionale per i vertici della coalizione. Quel successo ha acceso la spinta a sbloccare gli ultimi nodi, mostrato nelle ore successive da un’accelerazione nei negoziati fra Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e altri leader, per evitare che lo stallo sui nomi possa tradursi in danni elettorali. La vittoria nelle Marche viene interpretata non solo come un segnale favorevole per il campo di governo, ma anche come una scommessa da ripetere in territori dove il centrosinistra è forte.


Se nelle regioni “minori” le candidature erano già emerse e le campagne avviate, nelle tre in questione il contesto è diverso: Veneto, Puglia e Campania sono territori con potenzialità politiche forti, ma anche con insidie dovute a dinamiche locali consolidate. Il Veneto – per anni roccaforte leghista – è uno dei pezzi più ambiti ma anche più difficili da gestire internamente alla coalizione, perché richiede equilibrio fra Lega (che aspira a conquistare la guida dopo l’uscita di scena di Zaia) e gli altri soggetti alleati, che non intendono accettare passivamente una scelta calata dall’alto.


In Puglia e Campania, invece, la sfida è duplice: contrastare candidati di centrosinistra forti (Antonio Decaro in Puglia, Roberto Fico in Campania) e costruire candidature che sappiano attrarre non solo l’elettorato tradizionale, ma anche segmenti moderati, civici, centristi fuori dalla dialettica netta tra destra e sinistra. Ecco perché nella discussione interna alla coalizione si è acceso il dibattito tra “corrispondenza ideale con il partito” e “scelta civica”, ovvero il ricorso a figure non necessariamente legate ai partiti, ma ritenute in grado di essere più accettabili per elettori indipendenti e per chi oggi non si riconosce nelle sigle tradizionali.


Nella cronaca delle ultime settimane, si sono susseguiti vertici rapidi, incontri riservati, ritiri ufficiosi e defezioni di candidature proposte. In Campania, ad esempio, l’ipotesi del viceministro Edmondo Cirielli (area meloniana) era circolata con forza, ma ha incontrato resistenze da parte degli alleati, che avrebbero preferito un profilo più neutro o civico. I dirigenti del partito azzurro hanno invitato a non forzare la mano, guardando alla necessità di un’intesa più ampia. In Puglia, la candidatura del sindaco di Monopoli Angelo Annese era stata ventilata con decisione, ma lo stesso Annese ha manifestato apertura e al contempo ha avvertito che “non è semplice accettare la croce del candidato unitario”, tanto da definire il suo coinvolgimento ancora in “stand by”.


Al centro del confronto c’è il ruolo che ciascun partito intende esercitare nelle Regioni: mentre la Lega pretende spazi significativi (in Veneto in particolare, dove rivendica il ruolo guida post-Zaia), Fratelli d’Italia e Forza Italia non intendono cedere il controllo delle candidature nei territori chiave senza garanzie. Il “peso elettorale dell’ultimo sondaggio” e la compresenza delle ambizioni nazionali alimentano il rischio che le trattative, già delicate, possano esplodere in contingenze sgradite.


Un ulteriore fattore che complica lo scenario è il calendario: non è decorso all’infinito. Il voto nelle Regioni interessate – assieme a Veneto – Campania e Puglia – sarà probabilmente convocato per il 23 e 24 novembre. Le scadenze amministrative, l’esigenza di depositare le candidature, la campagna elettorale da avviare, impongono che le decisioni siano prese entro poche settimane. Ogni ritardo potrebbe lasciare margine al centrosinistra o ai movimenti civici di guadagnare terreno attraverso percezione di incertezza o divisione nel fronte dominante.


In Veneto, le ipotesi più quotate vedono il nome di Alberto Stefani, vicesegretario federale della Lega e segretario della Liga Veneta, come candidato logico per proseguire la linea di continuità con l’esperienza del presidente uscente. Forza Italia avrebbe dato spazio alla sua candidatura, mentre Fratelli d’Italia — pur con la forza dei consensi sul territorio — non vorrebbe essere esclusa dalla partita in un’area così importante simbolicamente. Nel frattempo, il centrosinistra ha già definito la sua candidata di punta (Giovanni Manildo è emerso come nome unificante), incrementando la pressione sulla coalizione avversaria affinché consegni subito una risposta.


In Campania, il terreno è più complesso: Roberto Fico, sostenuto da un fronte progressista articolato, rappresenta una minaccia strutturale. Il centrodestra cerca un candidato che sappia contrastarlo con sufficiente credibilità, evitando l’errore di presentare figure troppo marginali. L’idea di candidare il prefetto Michele Di Bari, una figura ostensibile “civica ma di area FdI”, circola nelle bozze progettuali. In Puglia, la candidatura di Mauro D’Attis (esponente forzista) era già in campo, ma serve l’accordo con gli alleati per garantire la convergenza complessiva, e non provocare spaccature che beneficerebbero il campo opposto.


Il quadro che emerge è quello di una coalizione in cui la sintesi è faticosa, in cui ciascun attore cerca di guadagnare posizione e in cui farsi trovare impreparati significa consegnare il vantaggio agli avversari. Le trattative si svolgono non solo nei vertici nazionali, ma nei territori, fra parlamentari e dirigenti regionali, con pressioni e appetiti che rischiano di rendere funambolico l’accordo finale.


Le prossime ore saranno decisive. Qualsiasi decisione tardiva rischia di essere letta come debolezza o disorientamento. Il centrodestra ha bisogno di candidati forti, credibili, con radicamento territoriale ma anche appeal trasversale — figure capaci di non essere percepite come semplici rappresentanti dei partiti, ma come garanti dell’efficacia amministrativa. Ogni nome che verrà ufficializzato sarà valutato non solo per il consenso potenziale, ma per la capacità di coesione della coalizione, per la tenuta degli equilibri e per la risposta politica immediata degli elettori.

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