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Caso Report, le opposizioni chiedono lo stop alle querele temerarie: in Parlamento si riaccende il dibattito sulla libertà di stampa

Alla Camera dei Deputati si è riaperto il confronto politico sul tema della libertà di informazione e della tutela dei giornalisti, dopo la presentazione da parte delle opposizioni di una mozione che chiede l’introduzione di misure più incisive contro le cosiddette “querele temerarie”. La proposta nasce a seguito del recente caso che ha coinvolto la trasmissione “Report” di Rai 3, nuovamente al centro di un contenzioso giudiziario per inchieste giornalistiche che hanno toccato interessi economici e politici di primo piano. La vicenda ha riacceso il dibattito su un fenomeno che, da anni, rappresenta una delle principali minacce all’indipendenza del giornalismo d’inchiesta in Italia.


Secondo la mozione presentata dai gruppi di opposizione, la pratica delle querele temerarie – ovvero le azioni giudiziarie intentate con finalità intimidatorie nei confronti di giornalisti o redazioni – deve essere contrastata con strumenti normativi più efficaci. L’obiettivo è impedire che la minaccia di cause civili o penali venga utilizzata come strumento di pressione per scoraggiare la pubblicazione di inchieste scomode o per limitare la libertà di cronaca. La proposta chiede, in particolare, di introdurre sanzioni economiche dissuasive per chi promuove azioni giudiziarie infondate e di accelerare la discussione del disegno di legge sul tema, da tempo fermo in Parlamento.


La mozione prende le mosse dal caso di “Report”, trasmissione storica della Rai diretta da Sigfrido Ranucci, che negli ultimi anni è stata oggetto di numerosi procedimenti giudiziari legati ai contenuti delle proprie inchieste. In molti casi, le denunce si sono concluse con l’assoluzione dei giornalisti, ma le lunghe procedure e i costi legali hanno comunque prodotto un effetto di intimidazione, disincentivando la libertà di indagine. Gli esponenti delle opposizioni hanno denunciato la necessità di una tutela più concreta, ricordando che il giornalismo d’inchiesta rappresenta una componente essenziale della democrazia e della trasparenza pubblica.


Nel dibattito parlamentare, le forze di opposizione hanno sottolineato che la normativa attuale, pur prevedendo la possibilità per i giudici di riconoscere un risarcimento in favore del giornalista in caso di querela infondata, non è sufficiente a prevenire l’abuso dello strumento giudiziario. La lentezza dei procedimenti e l’incertezza delle decisioni lasciano ampi margini di impunità per chi utilizza le querele come arma di pressione. Per questo motivo, la mozione propone l’introduzione di un fondo pubblico a sostegno dei giornalisti colpiti da azioni temerarie e la definizione di criteri oggettivi per la valutazione della manifesta infondatezza delle denunce.


Sul piano politico, il tema divide la maggioranza. Alcuni esponenti del governo hanno espresso disponibilità a discutere una riforma, ma senza interventi che possano limitare il diritto di difesa dei cittadini. La posizione ufficiale dell’esecutivo resta cauta, temendo che un inasprimento delle sanzioni possa essere interpretato come una restrizione dell’accesso alla giustizia. Tuttavia, anche all’interno della maggioranza emergono sensibilità diverse, in particolare tra chi riconosce la necessità di proteggere la libertà di stampa da derive intimidatorie e chi, invece, preferisce mantenere un equilibrio tra tutela della reputazione e diritto di cronaca.


L’iniziativa parlamentare arriva in un momento di forte tensione nel mondo dell’informazione. Numerosi giornalisti hanno denunciato negli ultimi mesi un incremento delle azioni legali intentate da soggetti pubblici e privati, spesso con richieste di risarcimento milionarie. Secondo i dati dell’Osservatorio dell’Ordine dei Giornalisti, ogni anno in Italia vengono depositate oltre cinquemila querele per diffamazione a mezzo stampa, ma solo una minima parte di esse si conclude con una condanna. Questo squilibrio dimostra, secondo i promotori della mozione, che l’uso distorto dello strumento giudiziario rappresenta una vera e propria minaccia sistemica alla libertà di informazione.


Nel corso del dibattito, i rappresentanti dei gruppi parlamentari hanno richiamato l’esigenza di allineare la normativa italiana agli standard europei. Il Parlamento europeo ha infatti approvato lo scorso anno una direttiva contro le “SLAPP”, acronimo inglese per Strategic Lawsuits Against Public Participation, le azioni legali strategiche intentate per mettere a tacere giornalisti, attivisti e ricercatori. La mozione chiede che l’Italia recepisca pienamente le indicazioni europee, introducendo un meccanismo rapido di rigetto delle cause temerarie e un sistema di tutela economica per i soggetti coinvolti.


Anche le associazioni di categoria e le organizzazioni per la libertà di stampa hanno espresso sostegno alla mozione. La Federazione Nazionale della Stampa Italiana ha ribadito che la battaglia contro le querele bavaglio non è una questione corporativa, ma un presidio di democrazia. L’Ordine dei Giornalisti ha invitato il Parlamento a intervenire con urgenza, ricordando che la libertà di informazione è tutelata dall’articolo 21 della Costituzione e non può essere compressa da strumenti giudiziari usati impropriamente.


Il caso “Report”, al centro del dibattito, è diventato emblema di una tensione più ampia tra informazione e potere. Le inchieste giornalistiche, che hanno portato alla luce temi di interesse pubblico, continuano a suscitare reazioni contrastanti, spesso sfociate in procedimenti giudiziari. La mozione delle opposizioni intende restituire equilibrio al sistema, impedendo che la giustizia diventi uno strumento di censura. Il Parlamento dovrà ora decidere se procedere con l’esame della proposta, che potrebbe segnare un passaggio decisivo nella tutela dell’autonomia e della responsabilità dell’informazione in Italia.

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