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Caso Almasri: la giunta respinge il processo a Mantovano, Nordio e Piantedosi, e la politica trema

La vicenda nota come “caso Almasri” è approdata al centro del confronto istituzionale Italiano, con la Giunta per le autorizzazioni della Camera che ha ufficialmente respinto la proposta di autorizzare il processo nei confronti di Alfredo Mantovano, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi. Si tratta di un esito atteso, in cui la maggioranza parlamentare ha deciso di blindare la posizione dei vertici del governo, rigettando l’argomento che l’inchiesta dovesse procedere. La decisione scatena tensioni politiche, interrogativi sul rapporto tra Parlamento e magistratura e la percezione di un “scudo” politico che ad alcuni appare troppo protettivo.


La vicenda ha radici nelle modalità con cui è stato gestito il rimpatrio in Libia di Usāma al-Maṣrī Nağīm, generale libico con mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. Arrestato in Italia, è stato liberato dopo pochi giorni e ricondotto in Libia tramite un volo di Stato, nonostante le sollecitazioni della Corte internazionale a seguirne le procedure. È proprio su questo passaggio che il Tribunale dei Ministri ha chiesto l’autorizzazione a procedere nei confronti dei tre esponenti del governo, imputando loro vari reati: omissione di atti di ufficio per Nordio, concorso in favoreggiamento per tutti e concorso in peculato per Piantedosi e Mantovano. Le accuse vanno ricostruite lungo una trama complessa, che intreccia obblighi internazionali, decisioni di governo e rapporti con la magistratura.


Nel corso delle settimane, il relatore della Giunta – il deputato Federico Gianassi – ha depositato la sua relazione, sostenendo che sussistono gli elementi per autorizzare il processo e che l’azione del governo non può essere scusata con ragioni generiche di sicurezza nazionale o timori di Ritorsioni da milizie estere. Gianassi ha definito il comportamento dei ministri non come scelta coraggiosa, ma come frutto di “opportunismo politico”, privo di fondamento concreto. Il testo, discusso in Giunta il 24 settembre, ha insistito sulla necessità di parità di fronte alla legge, anche quando i soggetti coinvolti occupano ruoli apicali nell’esecutivo. Il relatore ha rifiutato che la decisione di rimpatriare Almasri potesse ricadere tra le scriminanti previste dall’articolo 9 della legge n. 1/89 (la legge sull’immunità dei ministri), sostenendo che le minacce esterne non giustificano l’omissione di doveri investigativi e collaborativi.


La Giunta, però, ha scelto un’altra strada: con voto compatto, ha respinto l’autorizzazione a procedere. Secondo lo schieramento della maggioranza, le motivazioni addotte da Gianassi sarebbero parziali e predisposte, e non terrebbero conto delle ragioni di Stato e della delicatezza degli aspetti relativi alla sicurezza nazionale. Alcuni membri della stessa maggioranza hanno contestato che il relatore avesse già espresso posizioni ostili nei confronti di Nordio in passato, mettendo in dubbio l’imparzialità. Il presidente Devis Dori ha subito sospeso la seduta per tensioni interne, indicando che la discussione sarebbe stata ripresa in giornata, ma il risultato era ormai consolidato: niente processo.


Con la decisione della Giunta, la palla passa all’Aula della Camera, che il 9 ottobre sarà chiamata a votare l’autorizzazione definitiva. In questo passaggio, l’opposizione punterà tutto sulle basi giuridiche e sulla richiesta di rispetto delle norme internazionali, mentre la maggioranza farà quadrato sul principio che chi governa non può essere sottoposto a inchieste politiche in continuità operativa. Il voto in Aula rischia di essere l’epilogo di un confronto politico duro, dove si voterà non solo sul caso concreto, ma su quel che significa l’equilibrio tra potere esecutivo, garanzie costituzionali e tutela della magistratura indipendente.


Da parte dei ministri coinvolti, nelle memorie difensive è stato sostenuto che agirono in conformità dell’interesse dello Stato, nell’ambito di una logica di “protezione nazionale” contro rischi e pressioni esterne. Hanno rivendicato di aver osservato procedure legittime, di essere stati condizionati da informazioni di intelligence e di aver operato con la massima discrezione. In più, hanno ricusato imputazioni che definiscono “generaliste”, ritenendo che le accuse non tengano conto del diritto internazionale e delle specificità dei casi di cooperazione con la Corte penale internazionale.


Il riflesso politico è forte. La decisione della Giunta rafforza il controllo della maggioranza sulle proprie file e mina i presunti spazi di apertura istituzionale. Critici interni ed esterni denunciano che l’atto segna una “autoriparazione del potere”, dove i ministri restano immuni sul piano giudiziario grazie al consenso parlamentare. Il caso diventa simbolo: non più soltanto il destino di tre uomini, ma la credibilità del sistema istituzionale italiano.


Se la Camera confermerà il no alla procedura, il segnale sarà chiaro: chi governa può godere di una sorta di “scudo parlamentare” anche davanti a contestazioni penali gravissime. Se invece l’autorizzazione a procedere dovesse essere accolta, si aprirebbe una crisi istituzionale senza precedenti, in cui il governo – già sotto pressione per i dossier internazionali – assisterebbe a una vera e propria messa in discussione giuridica del suo operato. Il caso Almasri passerà così dal piano giudiziario a quello simbolico, condizionando non solo le carriere dei tre esponenti, ma la tenuta stessa del patto politico che governa l’Italia.

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