Casa Bianca obbligata a riammettere Associated Press: il giudice federale blocca l’esclusione decisa dopo lo scontro sul “Golfo d’America”
- piscitellidaniel
- 9 apr
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Un giudice federale ha ordinato alla Casa Bianca di ripristinare l’accesso dell’Associated Press agli eventi ufficiali presieduti dal presidente Donald Trump, dopo l’esclusione decisa a seguito di un contrasto sull’uso della terminologia geografica adottata dall’agenzia. La decisione, emessa da Trevor McFadden, giudice del tribunale distrettuale di Washington, riconosce che la rimozione dell’accredito stampa da parte dell’amministrazione costituisce una violazione del Primo Emendamento, in particolare del diritto alla libertà di stampa.
Il caso è esploso in seguito alla decisione della Casa Bianca di escludere l’Associated Press da eventi presidenziali, comprese conferenze stampa, briefing ufficiali e viaggi del presidente, dopo che l’agenzia si era rifiutata di adottare il termine “Golfo d’America” promosso dall’amministrazione Trump per sostituire l’espressione consolidata di “Golfo del Messico”. L’agenzia giornalistica aveva motivato la propria posizione con esigenze di aderenza alla verità storica e geografica, oltre che con la necessità di uniformità nei propri standard editoriali internazionali.
Secondo quanto emerge dagli atti giudiziari, la decisione di revocare l’accredito all’AP è stata presa da funzionari della comunicazione della Casa Bianca su indicazione diretta dell’ufficio del Presidente. L’esclusione è avvenuta in modo informale, senza un procedimento disciplinare o una comunicazione ufficiale, e ha suscitato reazioni immediate non solo da parte dell’Associated Press ma anche da altri media, organizzazioni giornalistiche e giuristi costituzionali.
Il giudice McFadden, nominato dallo stesso Trump nel 2017, ha evidenziato nella propria ordinanza che l’accesso della stampa alle sedi istituzionali, una volta concesso ad alcuni, non può essere negato ad altri per ragioni arbitrarie o discriminatorie. Secondo il giudice, la condotta della Casa Bianca ha avuto un chiaro effetto deterrente sulla libertà di espressione dell’agenzia, e ciò rappresenta una violazione costituzionale che non può essere giustificata nemmeno in presenza di discrezionalità amministrativa nella gestione degli accrediti.
Nel dispositivo, il tribunale ordina alla Casa Bianca il ripristino immediato dell’accesso dell’Associated Press a tutti gli eventi ufficiali, inclusi i viaggi del presidente e i briefing quotidiani. Inoltre, viene imposto all’amministrazione di fornire una motivazione scritta per ogni futura sospensione o revoca degli accrediti stampa, garantendo agli interessati un’opportunità di difesa.
La decisione del giudice ha suscitato ampio interesse nel mondo politico e mediatico. L’Associated Press ha accolto con favore la sentenza, sottolineando che essa riafferma il principio secondo cui la stampa deve poter operare in piena indipendenza, senza timori di ritorsioni per le scelte lessicali o di contenuto. L’agenzia ha ribadito il proprio impegno a mantenere standard giornalistici coerenti e a non cedere a pressioni di tipo politico o propagandistico.
Diverse organizzazioni per la libertà di stampa, tra cui la Committee to Protect Journalists e la Society of Professional Journalists, hanno definito la sentenza un precedente importante per il rispetto della libertà di informazione negli Stati Uniti. Secondo queste realtà, l’amministrazione aveva oltrepassato una linea pericolosa nel tentativo di imporre un linguaggio conforme a una visione politica e ideologica specifica.
La Casa Bianca, da parte sua, non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali dopo la sentenza, ma secondo fonti interne starebbe valutando la possibilità di presentare appello. Tuttavia, l’impatto pubblico del provvedimento e le critiche ricevute potrebbero indurre l’amministrazione a rivedere l’approccio nei confronti della stampa. Anche tra i repubblicani non sono mancate voci critiche, secondo cui sarebbe inopportuno aprire uno scontro legale così diretto con una delle più importanti agenzie di stampa del mondo.
Il caso si inserisce in un contesto più ampio di tensioni fra l’amministrazione Trump e i media statunitensi. Già durante il primo mandato, diverse testate giornalistiche, tra cui CNN e Washington Post, avevano subito limitazioni e attacchi da parte della presidenza. In particolare, il caso del giornalista Jim Acosta nel 2018, anch’esso finito in tribunale, aveva sollevato una questione simile in merito agli accrediti e al diritto di accesso.
L’ordine esecutivo sulla denominazione del “Golfo d’America” aveva già attirato critiche da parte della comunità accademica e di esperti in geopolitica, che lo avevano bollato come un’operazione simbolica senza valore giuridico né riconoscimento internazionale. L’uso di una terminologia alternativa da parte dei media viene interpretato come un segnale di resistenza a un linguaggio imposto dall’alto e non condiviso dalla comunità scientifica e giornalistica.
Il pronunciamento del tribunale di Washington potrebbe avere effetti a catena su altri casi in corso riguardanti restrizioni alla stampa e sulla prassi dell’accreditamento giornalistico, che fino ad oggi è rimasta in gran parte affidata alla discrezione delle strutture della Casa Bianca. La sentenza impone ora criteri più trasparenti, aprendo la strada a una maggiore tutela del pluralismo informativo e del ruolo dei media come garanti del controllo democratico sulle istituzioni.

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