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Bilancio europeo e fondi di coesione: l’Italia chiede più risorse e un nuovo equilibrio tra sviluppo, transizione verde e competitività regionale

Il dibattito sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione Europea riporta al centro la questione della coesione economica e del ruolo delle regioni italiane nella nuova programmazione 2028-2034. La “coperta corta” del budget comunitario, come l’hanno definita molti osservatori, rischia di mettere in difficoltà la gestione di obiettivi sempre più ambiziosi con risorse finanziarie limitate. Tra la transizione verde, la digitalizzazione, la difesa comune e le politiche di welfare, l’Europa è chiamata a ridisegnare le proprie priorità, e l’Italia — insieme ai Paesi dell’Europa meridionale — chiede di non sacrificare la politica di coesione, strumento fondamentale per la riduzione dei divari territoriali e per il sostegno alle economie regionali.


Le istituzioni europee stanno lavorando a un nuovo quadro finanziario che dovrà garantire la sostenibilità delle politiche già avviate con il Next Generation EU e il Green Deal. Tuttavia, l’aumento dei costi energetici, le tensioni geopolitiche e le nuove esigenze legate alla sicurezza stanno comprimendo i margini di spesa. La Commissione europea ha già segnalato la necessità di riallocare parte dei fondi verso settori strategici come la difesa, la gestione delle frontiere e la resilienza industriale. Questo orientamento, se confermato, potrebbe ridurre la dotazione disponibile per la politica di coesione, tradizionalmente destinata a sostenere gli investimenti infrastrutturali, la ricerca e l’innovazione nei territori meno sviluppati.


L’Italia è tra i Paesi che più hanno beneficiato dei fondi di coesione, ma anche tra quelli che più rischiano di subire gli effetti di un ridimensionamento. Le risorse del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) e del Fondo sociale europeo (FSE) rappresentano una componente essenziale delle politiche di investimento nel Mezzogiorno e nei territori in ritardo di crescita. Nella programmazione attuale 2021-2027, l’Italia dispone di circa 75 miliardi di euro tra fondi europei e cofinanziamento nazionale. Ma la prospettiva di una riduzione complessiva del bilancio comunitario per il prossimo ciclo preoccupa le regioni del Sud, che vedono in questi strumenti l’unico mezzo per sostenere innovazione, occupazione e infrastrutture.


Il dibattito aperto a Bruxelles tocca anche la governance dei fondi. La Commissione propone un modello più flessibile, orientato a risultati misurabili e alla capacità di assorbimento delle risorse, riducendo la frammentazione dei programmi. Tuttavia, diversi governi nazionali temono che questa impostazione finisca per penalizzare le aree che partono da condizioni di maggiore svantaggio, dove i tempi di attuazione dei progetti sono più lunghi a causa delle carenze amministrative e infrastrutturali. L’Italia, insieme a Spagna, Grecia e Portogallo, sostiene la necessità di mantenere la centralità della coesione come strumento di riequilibrio strutturale, non come mera leva di competitività.


Le regioni italiane chiedono inoltre un ruolo più attivo nella definizione delle priorità del prossimo bilancio europeo. La Conferenza delle Regioni ha elaborato una proposta che prevede un maggiore coinvolgimento delle amministrazioni territoriali nella gestione diretta dei programmi, con l’obiettivo di ridurre i tempi di approvazione e di adattare gli interventi alle esigenze locali. Tra le priorità individuate figurano la modernizzazione delle reti di trasporto, il sostegno all’innovazione nelle PMI, la formazione professionale e la valorizzazione delle aree interne. Particolare attenzione viene riservata anche ai temi della sostenibilità ambientale e dell’efficienza energetica, che richiedono investimenti mirati e coordinati con le politiche nazionali.


Il nodo centrale resta la compatibilità tra i nuovi obiettivi europei e la disponibilità effettiva delle risorse. L’Unione deve finanziare contemporaneamente la transizione ecologica, la digitalizzazione e la difesa comune, senza aumentare eccessivamente il contributo dei singoli Stati membri. Da qui l’immagine della “coperta corta”, che costringe a scelte difficili e a un bilanciamento tra solidarietà e competitività. Per l’Italia, questo significa difendere la quota di fondi destinata alla coesione, ma anche migliorare la capacità di spesa e di progettazione, che resta uno dei punti critici nella gestione delle risorse europee.


Negli ultimi anni, i ritardi nell’attuazione dei programmi e le difficoltà burocratiche hanno ridotto l’impatto dei fondi europei sull’economia reale. Secondo i dati del Ministero per gli Affari Europei, nel 2024 l’Italia aveva certificato poco più del 50% delle risorse disponibili del ciclo 2014-2020, un risultato migliorato ma ancora lontano dagli standard europei. Le nuove regole in discussione a Bruxelles prevedono meccanismi di valutazione più stringenti e l’introduzione di “premialità” per i progetti che raggiungono gli obiettivi nei tempi previsti. Questo potrebbe favorire le regioni più efficienti, ma rischia di accentuare i divari interni.


Il confronto europeo non riguarda solo la quantità delle risorse, ma anche la loro qualità. La Commissione intende collegare i fondi di coesione a criteri più rigidi di sostenibilità e innovazione, coerenti con gli obiettivi del Green Deal e con la nuova strategia industriale europea. I finanziamenti futuri dovranno sostenere progetti di economia circolare, efficienza energetica, digitalizzazione delle filiere e sviluppo delle competenze tecnologiche. Per le regioni italiane, questo richiede una forte capacità di pianificazione e una collaborazione stretta tra pubblico e privato, soprattutto nei settori della manifattura avanzata, delle energie rinnovabili e della ricerca scientifica.


La politica di coesione, pur tra vincoli e riforme, resta quindi una componente essenziale della strategia di sviluppo europea e una leva cruciale per l’Italia. Le prossime settimane saranno decisive per definire le priorità e gli equilibri del nuovo bilancio pluriennale, in un contesto in cui le esigenze di sicurezza, transizione verde e innovazione si intrecciano con la necessità di non abbandonare le aree più fragili del continente. Le regioni italiane, forti della loro esperienza di gestione territoriale, chiedono un’Europa capace di conciliare ambizione e solidarietà, innovazione e coesione, crescita economica e sviluppo inclusivo.

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