Attacco alle centrali termo-elettriche nel Donetsk occupato: una nuova escalation mentre Volodymyr Zelensky vola a Madrid
- piscitellidaniel
- 18 nov 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Un’imponente operazione militare nella regione del Donetsk mette ancora una volta in luce la vulnerabilità dell’infrastruttura energetica ucraina sotto la pressione delle forze filorusse e delle truppe di Mosca, mentre il presidente Zelensky si prepara a visitare Madrid per rafforzare l’alleanza con la Spagna e discutere il sostegno internazionale. Nelle ultime ore sono state colpite due grandi centrali termo-elettriche — fulcro della produzione energetica nella zona orientale — con conseguenze immediate e rilevanti sia sul piano operativo che su quello strategico. Le due centrali, già messe sotto stress dai precedenti raid e da un contesto logistico e difensivo molto difficile, hanno subito danni severi, con impianti fuori servizio, perdite di produzione e l’avvio di disservizi sulla rete elettrica locale.
La prima centrale interessata si trova nella zona industriale del Donetsk occupato, una delle aree più critiche del conflitto, dove da tempo le infrastrutture energetiche sono bersaglio sistematico di attacchi aerei, missilistici e tramite droni. La seconda centrale, situata poco distante, ricopre anch’essa un ruolo strategico: alimenta abitazioni civili, impianti produttivi e anche aree operative delle forze ucraine, seppure in condizioni di parziale controllo del territorio. L’azione condotta dalle forze separatiste filo-russe, con probabile supporto diretto di Mosca, risponde a una logica di logoramento: colpire le infrastrutture-chiave significa creare instabilità sociale, aumentare i costi della produzione industriale, perturbare la vita quotidiana e generare pressione politica sul governo di Kiev.
Secondo le autorità ucraine, l’entità del danno è elevata: non si tratta solo di guasti localizzati, ma di un’alterazione radicale delle capacità produttive delle centrali interessate, con alcune unità ferme e altre in condizione di avaria irreversibile. Il ministero dell’Energia ha fatto sapere che gli interventi di ripristino richiederanno giorni se non settimane, in un contesto in cui la disponibilità di pezzi di ricambio, di accesso libero alle infrastrutture e di condizioni di sicurezza è fortemente limitata. Il risultato è una riduzione sostanziale della generazione termoelettrica nella regione, che si aggiunge alle perdite accumulate nei mesi precedenti e in un momento in cui l’inverno si avvicina e la domanda energetica è destinata a crescere.
Dal punto di vista logistico-industriale, l’attacco mette in evidenza alcune fragilità strutturali dell’apparato energetico ucraino nella zona orientale. Le centrali termo-elettriche, spesso alimentate a carbone o a miscele di combustibili, necessitano di infrastrutture di trasporto, stoccaggio, trattamento dei residui e collegamenti con la rete. In zona di conflitto, queste filiere sono fragili: linee di trasmissione danneggiate, tracciati logistici soggetti ad attacchi, operatori che lavorano in condizioni di forte rischio. Quando una centrale viene danneggiata, non si compromettono solo le turbine o i generatori: viene compromessa la continuità degli approvvigionamenti, la stabilità della tensione sulla rete, la possibilità di rispettare i contratti con grandi consumatori industriali e la capacità di programmare la stagione fredda. In questo caso, l’azione consapevole delle forze avversarie ha preso di mira non solo la struttura, ma l’intero ambiente circostante, rendendo più complesso il ripristino.
Sul piano strategico, l’episodio assume una dimensione più ampia: colpire centrali in regioni che sono sia teatro di conflitto sia retrovia per le forze ucraine significa usare l’energia come arma. Le conseguenze immediate si traducono in blackout, riduzione della capacità produttiva, aumento dei costi energetici per industrie e famiglie, rallentamento della produzione, e riduzione della resilienza del territorio. Ma il colpo ha anche un impatto psicologico: in una guerra in cui il morale e la percezione contano molto, operazioni come questa rafforzano la sensazione che le infrastrutture non siano al sicuro, che la “normalità” sia continuamente minacciata, e che il rivale abbia la capacità di colpire sul lungo termine.
In parallelo, il viaggio del presidente Zelensky a Madrid assume oggi un significato ancora più forte. Il vertice con le autorità spagnole e l’agenda prevista — rafforzare la cooperazione militare e finanziaria, consolidare il sostegno all’Ucraina nell’ambito europeo e negoziare nuove forniture difensive e infrastrutturali — vengono letti alla luce dell’attacco energetico come una risposta politica e diplomatica necessaria. Zelensky porterà con sé la testimonianza dell’attacco, la richiesta di maggiore supporto in termini di difese antiaeree e di infrastrutture critiche, e cercherà di accelerare l’adozione di programmi europei che prevedono la ricostruzione, la resilienza energetica e la protezione dei sistemi civili. Il dossier energia occupa così un posto centrale nelle trattative, non solo come problema tecnico o industriale, ma come strumento politico.
La reazione di Kiev è stata immediata: il ministero dell’Energia ha annunciato la priorità assoluta di mettere in sicurezza le altre centrali, rafforzare le difese, attivare procedure di manutenzione preventiva e redistribuire carichi per evitare blackout diffusi. Le imprese del settore segnalano che la capacità produttiva della regione potrebbe ridursi in modo significativo e che la scarsità di energia potrebbe influenzare anche le linee produttive che operano in zone contigue. Le autorità hanno messo in guardia circa la necessità di evitare l’interruzione prolungata della fornitura durante l’inverno, un rischio che comporterebbe impatti non solo economici ma anche sociali: abitazioni senza riscaldamento, riduzione delle ore di lavoro e potenziale fuga di imprese dalla zona orientale.
Al centro della reazione c’è anche l’aspetto della cooperazione internazionale: l’Ucraina chiede assistenza non solo militare, ma anche tecnica e infrastrutturale per la protezione delle centrali e del sistema energetico. L’investimento in difese antiaeree, sistemi di rilevazione e risposta, sistemi di backup decentralizzati, accumulo, diversificazione delle fonti e rescEU energetici sono diventati priorità. Le centrali delle regioni orientali, per la vicinanza al fronte e per la facilità d’azione delle forze avversarie, rappresentano la frontiera della vulnerabilità infrastrutturale.
In questo scenario, quello che è accaduto nel Donetsk conferma che la guerra ucraina non è fatta solo di linee del fronte e operazioni militari convenzionali, ma anche di pressione sulla rete economica, sulla produzione di energia, sulle infrastrutture critiche e sulla capacità dello Stato di garantire continuità e sicurezza. Le centrali termoelettriche distrutte non sono solo impianti, ma elementi chiave della sovranità energetica, della stabilità civile, dell’industria nazionale. Colpire il cuore dell'energia equivale a minare la capacità di resistere, di produrre, di affrontare l’inverno.
La visita a Madrid, dunque, assume un doppio contenuto: da un lato la richiesta di sostegno e dall’altro la volontà di ribadire che l’Ucraina non intende arretrare. Il messaggio è chiaro: ogni attacco a un impianto energetico non è un danno tecnico isolato, ma un assalto alla resilienza nazionale e alla volontà di resistere. La sfida che Kiev affronta oggi è duplice: proteggere ciò che resta delle infrastrutture e costruire ciò che serve per il domani.

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