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La sfida del bilancio e l’instabilità politica: Lecornu spinge per un accordo sui conti entro fine anno

In Francia, il premier dimissionario Sébastien Lecornu ha rilanciato l’urgenza politica più stringente del momento: ottenere l’approvazione di un bilancio nazionale entro il 31 dicembre. In uno scenario segnato da governi efimeri, maggioranze instabili e tensioni sociali crescenti, la proposta di fissare una scadenza così precisa per la legge finanziaria assume valore simbolico e pratico: rappresenta un tentativo di evitare il ricorso anticipato alle urne, preservare la credibilità internazionale e mantenere una parvenza di ordine istituzionale.


Le cornici entro cui si muove Lecornu sono tutt’altro che favorevoli. Il suo mandato, affidato da Emmanuel Macron dopo le dimissioni del precedente governo, ha preso il via in un contesto parlamentare lacerato e privo di una maggioranza chiara. Le consultazioni con i principali partiti — socialisti, ecologisti, repubblicani, nonché forze più radicali — sono diventate un urgente esercizio di equilibrio: da un lato, accontentare le richieste di giustizia sociale e fiscale; dall’altro, contenere il deficit, rassicurare i mercati e evitare che il debito nazionale venga percepito come un rischio sistemico.


Nelle dichiarazioni ufficiali, Lecornu ha motivato la scelta della scadenza di fine anno come atto necessario alla “reputazione” della Francia e alla stabilità del sistema politico. L’obiettivo è presentare e votare la legge di bilancio — per il 2026 — in modo che il Parlamento disponga del tempo costituzionale previsto per esprimersi, evitando un limbo istituzionale. In caso contrario, il testo potrebbe essere messo in vigore per decreto, con il rischio di alimentare un conflitto istituzionale e una perdita di fiducia nei confronti dell’esecutivo e del Presidente.


Le trattative che Lecornu ha avviato a Matignon sono complesse e delicate. Tra le richieste mosse dalle opposizioni vi sono revisioni radicali del progetto presentato dal governo uscente, in particolare riguardo i tagli alla spesa pubblica, le misure fiscali predisposte e i piani per l’equilibrio del bilancio. I socialisti, ad esempio, hanno insistito per una riscrittura completa del testo, reclamando maggiore equità e interventi più robusti nel welfare. Le forze ecologiste spingono su investimenti “verdi” e misure energetiche ambiziose, mentre i repubblicani cercano di inserirsi come possibile “coabitazione” con i macroniani, purché siano garantite autonomie minime. Le destre più radicali, come il Rassemblement National, rifiutano partecipazioni di governo ma chiedono lo scioglimento anticipato dell’Assemblea per capitalizzare sulle posizioni dell’elettorato.


Sul piano economico, Lecornu ha già delinea­to alcune linee guida: si punta a un deficit attorno al 4,7 % del PIL per il 2026, con l’obiettivo di arrivare al 3 % entro il 2029. Il governo è disposto a tagli mirati alla spesa — in particolare sui costi della macchina statale — ma assicura che non intende abbracciare politiche di austerità regressiva. Tra le misure previste figurano risorse aggiuntive per sanità e pensioni, ma anche una migliore gestione delle spese sociali e delle finanze locali. Sul versante fiscale, Lecornu ha escluso sin da ora una “stangata” sui super-ricchi, come la proposta della tassa Zucman che la sinistra radicale vorrebbe reintrodurre nei termini originali. Pur esprimendo apertura ai concetti di “giustizia fiscale”, il premier ha chiarito che gli aumenti di imposte andranno distribuiti tra redditi, capitali e imprese in modo equilibrato, senza rimodellamenti drastici.


Il processo decisionale è ulteriormente complicato dal rischio politico: senza una maggioranza stabile, il governo rischia di trovarsi continuamente sotto la minaccia di mozioni di sfiducia o attacchi parlamentari. Lecornu ha definito se stesso “il primo ministro più debole della Quinta Repubblica”, evidenziando la fragilità del suo appoggio in Parlamento, dove non può contare su una base solida. I sindacati, intanto, continuano a mobilitarsi: nelle recenti proteste il “giovedì nero” è stato un momento simbolico di forte pressione sociale, con richieste di maggiore protezione e di una manovra più redistributiva inclusa nel bilancio.


Sul piano internazionale, la richiesta di bilancio entro fine anno vuole anche inviare segnali ai mercati e alle istituzioni europee. In una fase di riveduto atteggiamento nei confronti dei conti pubblici nella zona euro, Parigi cerca di non essere percepita come un’anomalia instabile. L’idea è di dimostrare responsabilità di fronte a investitori e agenzie di rating, scongiurare un downgrade e mantenere appetibilità sul mercato del debito. Le grandi agenzie già mantengono outlook negativi sulla Francia, data la combinazione tra debito/PIL superiore al 110 % e deficit strutturali cronici, e Lecornu dovrà mostrare risultati concreti per evitare una reazione aggressiva dei mercati.


Da qui a fine anno, la dinamica politica si concentrerà su due fronti: il negoziato parlamentare per ottenere consensi su un testo che contempli sufficienti margini di manovra e il contenimento della pressione sociale: se le manifestazioni e le critiche dovessero degenerate, potrebbe emergere la tentazione dello scioglimento dell’Assemblea come via di fuga. Lecornu, tuttavia, insiste: ottenere il bilancio prima del 31 dicembre serve anche a rendere più ordinata la parentesi elettorale qualora si arrivi alla dissoluzione.


Già nella fase preparatoria il premier si è orientato verso una “tabula rasa”: non accetta che il testo ereditato dal governo precedente diventi un dogma, ma chiede libertà al Parlamento per costruire compromessi. Eppure, dietro questa apertura si celano tensioni latenti: partiti diversi vogliono mettere in campo rivendicazioni che vanno in direzioni opposte, e trovare un punto di equilibrio è una sfida che passa per concessioni rischiose e capovolgimenti tattici.


Le prossime settimane definiranno se la Francia potrà evitare un voto anticipato — che viene invocato da parte della destra e della sinistra più radicale — o se la tregua che Lecornu auspica per far approvare il bilancio sarà rispettata. Nel frattempo, l’annuncio di voler chiudere la manovra entro dicembre pone un faro sull’immutabile tensione tra politica, conti pubblici e equilibrio istituzionale in un Paese dove l’instabilità è ormai un prezioso riflesso del tempo politico.

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