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Il “moderato ottimismo” di Meloni dopo il G7: tra convergenze su Ucraina e Medio Oriente e il ritorno di Trump come fattore destabilizzante

Il vertice del G7 ospitato in Puglia ha rappresentato, per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, un momento di affermazione internazionale ma anche di delicata gestione diplomatica. Il bilancio finale, nelle parole della premier, è segnato da un “moderato ottimismo”, un’espressione che riflette la complessità dei temi trattati e l’equilibrio faticosamente raggiunto tra alleati su dossier strategici come la guerra in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente, la sfida con la Cina e il ritorno dello spettro di Donald Trump sulla scena politica americana. Meloni ha svolto un ruolo centrale nella regia politica e nei lavori del summit, cercando di imprimere alla leadership italiana una dimensione di interlocutore affidabile e capace di mediare tra le istanze più divergenti.


Sul fronte dell’Ucraina, il G7 ha segnato un passo importante. È stato formalizzato l’accordo per l’utilizzo degli interessi maturati sugli asset russi congelati – circa 300 miliardi di euro – per garantire un prestito immediato a favore di Kyiv. L’intesa prevede l’erogazione di circa 50 miliardi di dollari, gestiti attraverso un meccanismo multilaterale in cui l’Unione europea e gli Stati Uniti giocheranno un ruolo chiave. Per Meloni, si tratta di un risultato “storico”, che consente all’Occidente di sostenere l’Ucraina anche in un momento di difficoltà politica interna nei Paesi alleati. L’Italia ha appoggiato la misura, pur sottolineando la necessità di garantire il rispetto del diritto internazionale e di evitare iniziative unilaterali che possano alimentare tensioni nei mercati finanziari.


Altro fronte caldo, il Medio Oriente. Il G7 ha condannato in modo unanime il comportamento di Hamas, ribadendo il diritto di Israele a difendersi, ma ha espresso “grave preoccupazione” per la crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, sollecitando un cessate il fuoco e l’apertura di corridoi umanitari. Meloni ha voluto inserire nel documento finale un riferimento esplicito al “diritto alla sicurezza di Israele” ma anche alla “necessità di una soluzione duratura che preveda due popoli e due Stati”. Una mediazione che, secondo Palazzo Chigi, riflette la volontà italiana di mantenere una posizione equidistante e costruttiva, capace di parlare con tutti gli attori regionali, inclusi i Paesi arabi.


Molto discussa anche la questione dei rapporti con la Cina. Il comunicato finale del vertice ribadisce le preoccupazioni del G7 per le pratiche economiche scorrette di Pechino, dal sovracapacità industriale al dumping sui pannelli solari e sui veicoli elettrici. Tuttavia, si evita lo scontro diretto. Meloni ha insistito sulla necessità di “decoupling” selettivo e non ideologico, aprendo al “de-risking” in settori strategici come le telecomunicazioni e l’intelligenza artificiale, ma senza rompere i canali di dialogo e cooperazione. L’Italia, reduce dall’uscita ufficiale dalla Via della Seta, cerca di ricalibrare il proprio posizionamento tra Washington e Bruxelles, puntando su una relazione pragmatica con la Cina continentale, anche in chiave export.


Un capitolo a parte è quello sul futuro assetto politico mondiale, con particolare riferimento alle elezioni presidenziali statunitensi del 2024. Il ritorno di Donald Trump, dato in vantaggio in molti sondaggi, ha rappresentato un convitato di pietra al tavolo di Borgo Egnazia. I leader europei hanno espresso, in modo più o meno esplicito, il timore che un secondo mandato del tycoon possa rimettere in discussione la stabilità dell’Alleanza Atlantica, la continuità del sostegno all’Ucraina e l’intero equilibrio costruito in questi anni faticosamente da Bruxelles e da Washington. Giorgia Meloni ha tenuto una posizione neutra, sottolineando che “l’Italia lavora con chiunque venga democraticamente eletto”, ma in privato ha riconosciuto le difficoltà di coordinare una strategia di lungo periodo in un contesto così fluido.


La premier è uscita rafforzata politicamente dal vertice, sia in chiave interna sia esterna. Sul piano interno, Meloni ha consolidato l’immagine di leader riconosciuta sulla scena globale, capace di guidare un G7 su dossier complessi e di rappresentare l’Italia come partner credibile. Sul piano esterno, ha tessuto relazioni rafforzate con Francia, Germania e Regno Unito, contribuendo a contenere le tensioni e a costruire convergenze su dossier cruciali. Particolarmente significativa la sintonia con il presidente francese Emmanuel Macron, con il quale nei mesi scorsi vi erano state forti divergenze su migranti e politica industriale.


Sul fronte delle migrazioni, il G7 non ha prodotto documenti rivoluzionari, ma Meloni è riuscita a inserire l’approccio “cooperazione e sviluppo nei Paesi di origine” all’interno della cornice strategica, rilanciando l’idea del Piano Mattei come modello replicabile. È un messaggio destinato non solo agli alleati europei, ma anche all’Unione africana, con cui l’Italia intende rafforzare il partenariato multilivello per contenere i flussi e creare opportunità economiche nel continente. In questo senso, la premier ha incontrato a margine del vertice diversi capi di Stato africani, delineando una traiettoria che potrebbe fare da ponte tra Nord e Sud del mondo.


Infine, grande attenzione è stata dedicata al capitolo sull’intelligenza artificiale, con l’Italia che ha promosso l’idea di una regolazione condivisa e “antropocentrica”. Il G7 ha adottato un principio guida che mira a garantire un uso etico, trasparente e inclusivo dell’IA, aprendo alla creazione di un organismo consultivo internazionale. Un segnale importante per l’industria europea, chiamata a confrontarsi con i colossi statunitensi e cinesi, e un punto a favore dell’azione diplomatica italiana, che ha trovato sponda nel governo giapponese e in quello canadese.


Il “moderato ottimismo” di Meloni è dunque il riflesso di un vertice che, pur non privo di tensioni e limiti, ha consegnato all’Italia una leadership riconosciuta e un’agenda concreta. Ma è anche l’indicazione di un futuro incerto, in cui le variabili geopolitiche e i cambiamenti politici negli Stati Uniti potrebbero cambiare radicalmente lo scenario. Il G7 di Borgo Egnazia lascia sul tavolo dossier aperti e sfide complesse, ma certifica al tempo stesso un ruolo attivo dell’Italia, non più spettatrice, ma regista di una parte del confronto globale.

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