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Trump torna all’attacco della Federal Reserve: “Il nuovo presidente abbassi i tassi subito”

Donald Trump ha nuovamente puntato il dito contro la Federal Reserve, questa volta prendendo di mira il successore di Jerome Powell, il nuovo presidente appena insediato alla guida della banca centrale statunitense. In un comizio in Michigan, l’ex presidente e candidato alle presidenziali del 2026 ha criticato duramente la politica monetaria della Fed, accusandola di mantenere i tassi di interesse troppo alti e di ostacolare la ripresa dell’economia americana.


Trump ha dichiarato che la linea attuale della banca centrale rappresenta “un freno per l’industria, l’occupazione e la fiducia dei consumatori” e ha invitato apertamente il nuovo vertice della Fed ad abbassare i tassi “immediatamente e drasticamente”. Secondo l’ex presidente, l’alto costo del denaro “sta distruggendo la classe media e impedendo agli imprenditori di investire”. Ha aggiunto che se fosse stato rieletto nel 2024, avrebbe già provveduto a riformare l’intera governance della banca centrale.


Le sue parole arrivano in un momento in cui la Fed ha effettivamente mantenuto i tassi d’interesse su livelli elevati – attualmente al 5,25-5,50% – per contrastare le pressioni inflazionistiche ancora persistenti nel comparto dei servizi e nel settore energetico. Il nuovo presidente della Federal Reserve, succeduto a Jerome Powell dopo la fine del secondo mandato, si è finora mantenuto prudente, affermando in più occasioni che eventuali tagli sarebbero possibili solo in presenza di un calo sostenuto dell’inflazione core e di un raffreddamento del mercato del lavoro.


Ma le parole di Trump riaprono un fronte critico che lo ha già visto contrapposto più volte alla banca centrale durante il suo primo mandato. Già tra il 2018 e il 2020, l’allora presidente aveva rivolto critiche pubbliche a Powell per non aver abbassato abbastanza rapidamente i tassi, alimentando un dibattito senza precedenti sulla necessaria indipendenza della politica monetaria dalla sfera politica.


Oggi, però, il contesto è differente. L’inflazione negli Stati Uniti è scesa rispetto ai picchi del 2022, ma resta instabile, e il mercato del lavoro continua a mostrare segnali di robustezza, con un tasso di disoccupazione sotto il 4%. Inoltre, i mercati finanziari sono tornati a prezzare tagli più lenti e distanziati, temendo che un allentamento prematuro possa rilanciare la spirale inflazionistica.


Tuttavia, Trump ha scelto di cavalcare il malcontento di una parte dell’elettorato, in particolare dei proprietari di case e delle piccole imprese colpite dall’aumento dei costi dei mutui e dei prestiti. “La Fed sta rovinando il sogno americano”, ha dichiarato durante il suo intervento, promettendo che se sarà rieletto, “la banca centrale tornerà a lavorare per il popolo, non per Wall Street”.


La sua presa di posizione ha suscitato immediate reazioni. Alcuni esponenti repubblicani lo hanno appoggiato, sostenendo che una politica monetaria più accomodante favorirebbe la crescita e l’occupazione. Altri, però, temono le implicazioni di un’ingerenza eccessiva della politica nelle decisioni della banca centrale. Il senatore conservatore Ben Sasse ha ribadito che “la credibilità della Fed è una colonna portante della stabilità finanziaria” e che “ogni pressione politica rischia di indebolire la fiducia degli investitori e degli alleati internazionali”.


Dal canto suo, il presidente della Fed ha mantenuto il silenzio. In una nota ufficiale della banca centrale si ribadisce che “le decisioni di politica monetaria vengono adottate sulla base dei dati economici e delle proiezioni macroeconomiche, indipendentemente dalle dinamiche politiche”. Una risposta diplomatica ma chiara, che segnala la volontà di mantenere la linea di autonomia istituzionale.


Anche i mercati hanno reagito con cautela. L’indice S&P 500 ha registrato una leggera volatilità durante la giornata successiva alle dichiarazioni di Trump, mentre i rendimenti dei Treasury a breve termine hanno mostrato un lieve calo, segno che una parte degli operatori scommette comunque su un possibile ammorbidimento della politica monetaria nei prossimi mesi. Le parole di Trump hanno invece rafforzato il dollaro, a conferma del fatto che il mercato resta in attesa di segnali concreti e non solo di retorica politica.


Nel frattempo, alcuni analisti ritengono che l’attacco alla Fed possa diventare uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale dell’ex presidente. In una fase in cui l’economia statunitense sta attraversando un rallentamento, con consumi in calo e investimenti in stallo, il tema del costo del denaro diventa sempre più centrale per l’opinione pubblica. Trump, che ha costruito parte del suo consenso sulla promessa di crescita e lavoro, punta ora a individuare un “nemico interno” cui attribuire le difficoltà economiche delle famiglie americane.


Secondo gli esperti, tuttavia, ogni eventuale taglio dei tassi prima della fine dell’anno dovrà essere giustificato da dati reali e non da pressioni politiche. L’indipendenza della Federal Reserve è considerata uno degli elementi chiave della credibilità economica degli Stati Uniti nel contesto globale. Ogni rottura di questo principio potrebbe avere conseguenze profonde sulla stabilità dei mercati e sulla fiducia degli investitori internazionali.

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