Trump annuncia l’accordo con Coca-Cola per lo zucchero americano: tra esultanza politica e tensione nel settore agricolo
- piscitellidaniel
- 17 lug
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L’annuncio ufficiale da parte di Donald Trump di un accordo con Coca-Cola per sostituire lo zucchero d’importazione con zucchero di canna prodotto esclusivamente negli Stati Uniti ha scatenato un’ondata di reazioni contrastanti all’interno dell’industria agroalimentare americana e nel panorama politico. La dichiarazione, rilasciata in un evento pubblico in Florida, è stata presentata dall’ex presidente come una vittoria storica per il “Made in USA” e per i lavoratori americani. Secondo Trump, Coca-Cola utilizzerà d’ora in poi esclusivamente zucchero di canna coltivato e lavorato in territorio statunitense, a partire dal 2026.
Il provvedimento è stato accolto con entusiasmo da una parte del settore conservatore e dalle lobby agricole che sostengono il protezionismo economico. Ma l’impatto potenziale sull’intera filiera dello zucchero ha sollevato notevoli preoccupazioni, in particolare tra gli operatori delle raffinerie, i piccoli agricoltori e gli analisti del mercato agroindustriale. Il timore principale è che una decisione così radicale, sebbene politicamente efficace, possa provocare squilibri economici e logistici difficili da gestire nel breve periodo.
L’industria americana dello zucchero è dominata da una struttura mista che combina coltivazioni domestiche – soprattutto barbabietola e canna da zucchero in Florida, Texas, Louisiana e California – con importazioni regolate da quote tariffarie. Queste ultime servono da anni a garantire un equilibrio tra domanda interna, prezzi stabili e relazioni commerciali internazionali, in particolare con paesi latinoamericani e caraibici che riforniscono gran parte dello zucchero grezzo raffinato in territorio statunitense.
Secondo dati del Dipartimento dell’Agricoltura (USDA), nel 2024 oltre il 40% dello zucchero raffinato impiegato negli Stati Uniti proveniva da importazioni, soprattutto da Brasile, Messico e Repubblica Dominicana. L’obbligo per un’azienda delle dimensioni di Coca-Cola di utilizzare solo zucchero di produzione nazionale implicherebbe una ristrutturazione radicale delle forniture, con inevitabili impatti sui prezzi di acquisto e sui costi di produzione. Si calcola che il prezzo del prodotto finale potrebbe salire del 10-15% nel primo anno di attuazione della misura.
A rendere ancora più teso il quadro è la fragilità strutturale della produzione di canna da zucchero americana, limitata a determinate aree climatiche e già soggetta agli effetti dei cambiamenti climatici. Le recenti inondazioni in Florida e la siccità prolungata in Texas hanno ridotto le rese e aumentato i costi, mettendo in crisi una filiera che richiederebbe forti investimenti per poter coprire da sola il fabbisogno di una multinazionale come Coca-Cola. L’associazione nazionale dei produttori agricoli (National Association of Sugar Cane Growers) ha dichiarato che, senza aiuti federali significativi, non sarà possibile rispettare i volumi richiesti dal nuovo contratto.
Dall’altra parte, la Casa Bianca – pur non avendo confermato ufficialmente l’accordo – ha fatto trapelare un apprezzamento per l’iniziativa, leggendola come parte di una strategia più ampia per rafforzare l’autonomia strategica degli Stati Uniti in settori chiave, compresi quelli alimentari. Secondo alcuni osservatori vicini al Partito Repubblicano, l’annuncio di Trump anticiperebbe un eventuale programma per il suo secondo mandato, incentrato su sovranità economica e riduzione della dipendenza dalle importazioni.
Non sono mancate le critiche, soprattutto da parte dei democratici e degli economisti indipendenti, che vedono nell’operazione una mossa elettorale più che una scelta strutturale. Il senatore del Vermont, Ben Wallace, ha parlato di “propaganda da campagna elettorale che rischia di minare la stabilità dei prezzi alimentari”, mentre la deputata texana Marisa Dominguez ha ricordato come il sistema agroalimentare americano sia interconnesso a livello globale e non possa essere riorientato “per decreto”.
La stessa Coca-Cola, pur confermando la volontà di promuovere l’uso di materie prime americane, ha mantenuto un profilo prudente. In un comunicato diffuso dopo le parole di Trump, l’azienda ha chiarito che l’accordo prevede una “graduale transizione” all’uso esclusivo di zucchero di canna nazionale “in determinate linee di produzione”, e che l’obiettivo sarà perseguito “compatibilmente con la disponibilità agricola, gli standard di qualità e la sostenibilità economica”. Tradotto: nessun cambiamento radicale e immediato.
Nel frattempo, le borse merci hanno già reagito. Il prezzo dello zucchero grezzo è salito di oltre il 6% nel giro di due giorni, mentre sono aumentati i contratti future sulla canna americana. Le raffinerie che operano sulle coste atlantiche temono ora un calo della domanda, mentre gli esportatori latinoamericani hanno espresso preoccupazione per l’instabilità di lungo periodo delle forniture verso gli Stati Uniti.
Questo nuovo fronte economico si inserisce in un contesto globale già teso, con relazioni commerciali fragili, guerre tariffarie latenti e l’emergere di blocchi regionali nel commercio agricolo. Se davvero si concretizzasse una svolta protezionistica su larga scala, l’accordo Trump-Coca-Cola potrebbe diventare il paradigma di una nuova fase della politica agroindustriale americana: più identitaria, più polarizzante, ma anche potenzialmente più esposta a shock produttivi e speculazioni di mercato.

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