TikTok, la mossa statunitense cambia proprietario ma i profitti restano divisi: il nuovo assetto fra Usa e Cina
- piscitellidaniel
- 26 set
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È in corso una trasformazione decisiva per TikTok: gli Stati Uniti hanno annunciato che la gestione della piattaforma nel mercato americano passerà sotto controllo statunitense, una condizione negoziata con Pechino, ma permane un elemento che complica il quadro: Meta (o un’impresa americana) potrebbe gestire l’operatività, ma la quota dei profitti rimarrà in parte legata alla Cina. L’operazione, lungamente trattata nei tavoli internazionali, rappresenta una risposta alle pressioni politiche e normative che mirano a tutelare sicurezza e dati nazionali, ma tuttora lasciano spazio a scenari complessi e ambigui.
Negli ultimi mesi TikTok è stata al centro di uno scontro geopolitico tra Washington e Pechino. Il governo americano aveva minacciato il bando dell’app se ByteDance – la compagnia cinese proprietaria – non avesse ceduto il controllo della divisione americana. In risposta, nelle trattative è emersa la proposta di un accordo che mantenga operativa l’app negli Usa, ma con una struttura di proprietà che risponda alla legislazione americana.
Il compromesso raggiunto, pur non ancora definitivo, prevede che TikTok operi negli Stati Uniti con un assetto controllato da investitori americani, con un accordo che impone a ByteDance di mantenere una partecipazione minoritaria. Ciò significa che, sebbene la governance e la proprietà operativa della divisione americana saranno controllate da soggetti statunitensi, una parte dei ricavi — in particolare quelli derivanti dalla pubblicità e da operazioni di monetizzazione — sarà suddivisa secondo accordi che riconoscono al gruppo cinese un residuo margine.
Il passaggio di proprietà è strategico: limita il rischio di un bando totale dell’app negli Stati Uniti, tutela la continuità del servizio per decine di milioni di utenti e consente di ridefinire il rapporto tra algoritmo, dati e controllo locale. Tuttavia, l’accordo non è un trasferimento totale: ByteDance rimane un attore rilevante in questa partita, con una quota residua e un interesse sugli utili che emergono dall’uso statunitense dell’app.
Questo modello ibrido riflette le tensioni intrinseche della tecnologia globale oggi. Da un lato, gli Stati Uniti hanno bisogno di preservare la libertà operativa e la protezione dei dati nel contesto d’influenza cinese; dall’altro, la Cina non vuole rinunciare completamente a un asset mediatico che già ha generato enormi ricavi. L’accordo, pertanto, nasce da un equilibrio delicato: delegare la gestione locale mantenendo un legame economico residuo col mercato cinese.
Dal punto di vista degli investitori americani, la prospettiva è allettante: partecipare a una delle piattaforme digitali più redditizie del pianeta significa acquisire un asset con flussi potenzialmente elevati. Al contempo, l’esigenza di dover gestire infrastrutture locali, conformarsi alle normative statunitensi su privacy e contenuti, e distaccarsi almeno formalmente dal gruppo cinese comporta costi aggiuntivi e complessità operative.
Il destino dell’algoritmo rimane una delle questioni più discusse. Chi avrà il controllo dell’algoritmo – lo strumento che decide visibilità, ranking e viralità dei contenuti – avrà un ruolo potente nella gestione dell’influenza digitale. Anche con una proprietà statunitense, l’algoritmo potrebbe restare, in parte, “influenzabile” da accordi tecnici presi con ByteDance o società affiliate. L’interazione fra controllo dei dati, supervisione normativa e trasparenza diventa centrale.
Un’altra questione è quella della localizzazione dei server e della separazione delle infrastrutture. Per fare in modo che TikTok operi come “app americana”, sarà verosimilmente necessario che i dati degli utenti statunitensi siano ospitati su server locali, sotto giurisdizione Usa, e che i flussi internazionali verso la Cina vengano controllati. Questo obbliga a riorganizzare infrastrutture, sicurezza informatica e flussi tecnici, e potrebbe comportare costi rilevanti.
Al livello geopolitico, l’accordo diventa un precedente: se la piattaforma è strategica per l’influenza culturale, per la pubblicità e per l’aggregazione giovanile, cedere il controllo senza abbandonare il legame economico è una via di mezzo che molti Paesi potrebbero tentare in scenari futuri, quando le tensioni digitali si intrecciano con questioni sovrane.
Per gli utenti, l’ottica è più rassicurante: l’utilizzo quotidiano probabilmente non subirà cambiamenti immediati evidenti. La app continuerà a funzionare, i contenuti resteranno disponibili, ma dietro le quinte l’assetto societario, la moderazione, il trattamento dei dati e la supervisione normativa cambiano profondamente. L’effetto percepito sulla user experience sarà graduale, ma il backstage sarà trasformato.
Il compromesso TikTok riflette oggi il confine fra ideali globali e esigenze di controllo nazionale. Quando un’app che attraversa culture, mercati e generazioni diventa, al tempo stesso, elemento di politica estera, ogni scelta societaria si trasforma in decisione strategica. In questa partita, l’assetto definitivo – chi controllerà cosa, come e con quali vincoli – determinerà non soltanto le sorti del social, ma la traiettoria della governance digitale internazionale.

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