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Smartphone abbandonati nei cassetti: un tesoro da 11 miliardi che attende di tornare a nuova vita

Nel silenzio delle case — stipati in cassetti, scatole dimenticate o riposti in cantine — giacciono centinaia di milioni di smartphone inutilizzati, dispositivi che sembrano ormai relegati a relitti tecnologici ma che contengono un potenziale enorme: quello delle materie prime racchiuse nei loro circuiti, nei chips, nei display e nelle batterie. Un valore che secondo recenti stime si aggira intorno a 11 miliardi di euro a livello europeo, una cifra che testimonia quanto sia sottostimata l’importanza del riciclo e del recupero tecnologico.


La fotografia del fenomeno che emerge da indagini condotte da istituti di ricerca come Fraunhofer Austria mostra numeri impressionanti: sono circa 642 milioni gli smartphone inattivi in Europa, dei quali circa 211 milioni risultano ancora validi per essere ricondizionati. Gli altri — più di 400 milioni — non sono più utilizzabili come dispositivi completi, ma racchiudono all’interno di sé materie prime critiche: cobalto, stagno, magnesio, tungsteno, palladio, oro e terre rare, tutte componenti essenziali per il funzionamento dell’elettronica moderna. Il solo oro contenuto in questi dispositivi, al prezzo corrente, vale da solo quasi 1,1 miliardi. Le cifre rendono l’idea: il materiale dormiente all’interno degli oggetti dismessi supera oggi la soglia di un’economia che fatica a ridurre la dipendenza dalle importazioni extra-UE.


In Italia la realtà è altrettanto significativa: si stima che siano presenti più di 80 milioni di smartphone inutilizzati nelle abitazioni, di cui oltre 26 milioni potenzialmente rigenerabili. Se questo stock venisse recuperato attraverso processi di ricondizionamento o riciclo industriale, potrebbe restituire al ciclo produttivo tonnellate di elementi preziosi, riducendo la pressione sull’estrazione mineraria e diminuendo l’importazione di materiali critici. Nel caso dell’oro, ad esempio, si parla di qualche tonnellata recuperabile; con il cobalto, il potenziale è ancora più rilevante.


Nonostante il valore potenziale sia elevato e il richiamo ambientale forte, la percentuale reale di smartphone effettivamente riciclati è bassissima: in Europa appena il 10 % dei dispositivi finisce in circuiti di recupero, mentre a livello globale la quota scende al 7,5 %. Molti utenti preferiscono accumulare device obsoleti in casa, attardati dal valore affettivo, dalla potenziale utilità futura o dalla difficoltà nel comprendere il percorso corretto di smaltimento. Le infrastrutture per la raccolta e il riciclo non sono sempre capillari, e spesso il cittadino non ha chiare le modalità per trasformare un oggetto dismesso in risorsa.


Il presente offre però una doppia prospettiva: da un lato, il recupero delle risorse materiali racchiuse nei vecchi smartphone può rappresentare una leva concreta per l’economia circolare; dall’altro, il ricondizionamento può prolungare la vita utile del dispositivo, riducendo la domanda netta di nuovi apparecchi e contenendo l’impatto ambientale legato alla produzione. Un simbiosi tra rigenerazione e riciclo che, ben orchestrata, può trasformare gli oggetti abbandonati in una fonte di valore e sostenibilità.


L’economia circolare applicata all’elettronica impone un cambio di paradigma: il valore del prodotto non è più dato solo dalla vendita finale, ma anche da ciò che può essere recuperato e rigenerato durante il ciclo di vita. Le imprese del settore — case tecnologiche, operatori del riciclo, marketplace del ricondizionato — dobbiamo concepire modelli in cui il dispositivo sia pensato fin dall’origine per essere riparabile, modulare, aggiornabile e infine riciclabile. In questo orizzonte, l’innovazione non riguarda soltanto materiali o processi, ma anche logistica, incentivi, fiscalità e regolamentazione.


Un elemento di rilievo è l’eterogeneità delle materie prime contenute: alcuni di questi metalli ricadono nella categoria delle “materie prime critiche” secondo le definizioni UE, elementi strategici per le industrie ad alta tecnologia e per la transizione energetica, la cui estrazione è spesso europea dipendente. Inoltre, alcune delle risorse sono definite “materie prime da conflitto”, come lo stagno o il tungsteno, il cui approvvigionamento in certe aree è legato a criticità politiche, sociali e ambientali. Recuperarle nei dintorni del consumo — ossia nei vecchi smartphone — significa ridurre fragilità geostrategiche e migliorare la sicurezza delle filiere.


Tecniche avanzate di separazione, automazione, sensori e persino intelligenza artificiale giocano un ruolo chiave nella trasformazione del rifiuto elettronico in risorsa. Nuovi metodi di smistamento, classificazione dei componenti e processi di recupero selettivo permettono di estrarne il massimo valore con minori costi energetici e ambientali. Ogni grammo recuperato è prezioso, non solo in termini economici, ma anche di sostenibilità: meno estrazione, meno consumo d’acqua, meno energia spesa.


Ma le sfide sono molte. Il costo della raccolta, la dispersione dei dispositivi, la variazione dei prezzi delle materie prime, la complessità di alcuni componenti difficili da disassemblare, le normative sulla gestione dei rifiuti elettronici: tutto questo richiede strutture efficienti e politiche chiare. Serve uno sforzo coordinato tra istituzioni, imprese e cittadini per costruire una rete integrata di raccolta, incentivazione e filiera del riciclo.


Un aspetto centrale è il ruolo del consumatore. Ogni smartphone non usato rappresenta una scelta: tenerlo a lungo, regalarlo, venderlo, donarlo, ricondizionarlo o smaltirlo correttamente. Incentivi alla restituzione, politiche di buy-back, sconti per l’utilizzo responsabile, campagne di informazione possono cambiare abitudini e aumentare le percentuali di riciclo. Se ogni utente operasse consapevolmente, lo stock di materie prime recuperabili crescerebbe esponenzialmente.


Dietro ai numeri e alle tecnologie, c’è una opportunità di trasformazione: fare degli smartphone dismessi una leva non solo economica, ma industriale e ambientale. Il valore nascosto dietro gli oggetti scartati può diventare uno snodo centrale della transizione verso un’economia più circolare, autonoma e meno dipendente dalle risorse estere. Il tesoro tecnologico nascosto nei cassetti è lì, inattivo, ma attende solo di essere risvegliato.

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