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Sigarette, dal 2025 scattano nuovi aumenti: rincari fino a un euro e mezzo nel prossimo triennio per effetto delle accise

Dal prossimo gennaio i fumatori italiani dovranno fare i conti con un nuovo incremento dei prezzi delle sigarette, che nei prossimi tre anni potrebbe portare i pacchetti a costare fino a un euro e mezzo in più. La misura, inserita nell’ambito della revisione della fiscalità sui tabacchi, prevede un percorso graduale di rialzi legati all’aumento delle accise, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare le entrate dello Stato e di scoraggiare il consumo, in linea con le politiche sanitarie di contrasto al tabagismo.


Secondo le prime stime diffuse dagli operatori del settore, già dal 2025 i pacchetti di sigarette registreranno rincari tra i 20 e i 40 centesimi, a seconda delle marche e delle fasce di prezzo. L’aumento sarà progressivo, con ulteriori ritocchi previsti per il 2026 e il 2027, fino a raggiungere un impatto complessivo stimato tra 1 e 1,5 euro a pacchetto. La manovra interesserà sia le sigarette tradizionali sia i prodotti da fumo trinciato, con un’applicazione proporzionale che punta a rendere più omogeneo il sistema di tassazione.


L’intervento si inserisce in un contesto già caratterizzato da prezzi elevati, frutto degli aumenti varati negli ultimi anni. In Italia il costo medio di un pacchetto oscilla oggi tra i 5 e i 6 euro, con differenze legate alle politiche di posizionamento dei produttori. Con i nuovi rincari, la spesa per i fumatori potrebbe salire sensibilmente, alimentando un dibattito che coinvolge non solo il fronte fiscale, ma anche quello sociale e sanitario.


Dal punto di vista delle casse pubbliche, l’aumento delle accise dovrebbe garantire un gettito aggiuntivo significativo. Le entrate derivanti dalla tassazione sui tabacchi rappresentano già oggi una voce importante per il bilancio dello Stato, superando i 14 miliardi di euro annui. Con i nuovi aumenti, il governo punta a rafforzare queste risorse, che in parte vengono destinate a coprire i costi sanitari legati alle malattie provocate dal fumo. Un approccio che riflette la logica del “chi inquina paga”, ma che solleva anche critiche per l’effetto regressivo della misura, dato che colpisce in modo proporzionalmente più pesante le fasce di popolazione a reddito medio-basso, tradizionalmente più esposte al consumo di tabacco.


Sul piano sanitario, il provvedimento è stato accolto con favore dalle associazioni impegnate nella lotta al tabagismo. Numerosi studi hanno dimostrato che l’aumento del prezzo delle sigarette è uno degli strumenti più efficaci per ridurre i consumi, soprattutto tra i giovani e i fumatori meno dipendenti. L’Organizzazione mondiale della sanità considera infatti la leva fiscale una delle strategie chiave per ridurre la diffusione del fumo. Tuttavia, resta da valutare quanto l’incremento graduale previsto in Italia sarà sufficiente a ottenere risultati concreti, in un Paese dove il numero dei fumatori si mantiene ancora elevato.


Il settore del tabacco, dal canto suo, ha già manifestato preoccupazioni per l’impatto degli aumenti. Le aziende produttrici temono un calo delle vendite e una crescita del mercato illegale, che in Italia rappresenta una quota non trascurabile. Le sigarette di contrabbando o provenienti da circuiti paralleli hanno prezzi molto più bassi e rischiano di diventare ancora più appetibili con l’aumento delle accise. Le autorità doganali e la Guardia di Finanza saranno quindi chiamate a rafforzare i controlli per evitare che l’inasprimento fiscale alimenti un’espansione dell’illegalità.


Un altro aspetto riguarda le alternative al fumo tradizionale, come le sigarette elettroniche e i prodotti a tabacco riscaldato. Negli ultimi anni questi segmenti hanno conosciuto una forte crescita, intercettando una parte dei consumatori alla ricerca di soluzioni percepite come meno dannose. Anche su questi prodotti, tuttavia, la pressione fiscale è destinata ad aumentare, con l’intento di evitare squilibri e di garantire un trattamento omogeneo. Resta da capire in che misura i fumatori saranno disposti a spostarsi verso queste alternative e se i rincari avranno un impatto positivo sulla salute pubblica.


Gli esperti sottolineano che la politica fiscale, da sola, non basta. Per ridurre davvero la diffusione del tabagismo occorrono campagne di sensibilizzazione, programmi di prevenzione nelle scuole e servizi di supporto per chi vuole smettere di fumare. Gli aumenti dei prezzi, se non accompagnati da un rafforzamento delle politiche di prevenzione e cura, rischiano di tradursi in un aggravio di spesa per i cittadini senza incidere in modo significativo sulla diffusione del fumo.


Il nuovo scenario apre dunque una fase di trasformazione per il mercato del tabacco in Italia. Da un lato, lo Stato punta a consolidare il gettito fiscale e a favorire un calo dei consumi. Dall’altro, le aziende dovranno fare i conti con un contesto più sfidante, tra calo della domanda legale, concorrenza dell’illegale e pressione regolatoria sulle alternative. I fumatori, invece, si troveranno di fronte a un costo crescente, che potrà spingere alcuni a ridurre il consumo o a cercare soluzioni sostitutive, mentre per altri rappresenterà un onere aggiuntivo senza cambiamenti nelle abitudini.


Il percorso di rincari previsto fino al 2027 sarà quindi un banco di prova importante, non solo per le finanze pubbliche ma anche per la capacità delle istituzioni di accompagnare la misura con politiche integrate. La sfida sarà dimostrare che l’aumento delle accise può diventare uno strumento efficace di salute pubblica, e non solo un mezzo per fare cassa.

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