Putin perde il 35% delle entrate: il diktat cinese sui prezzi svela il nodo critico della guerra economica
- piscitellidaniel
- 9 set
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La Russia affronta un duro colpo alle proprie finanze statali, con un calo stimato intorno al 35 per cento delle entrate derivanti dall’export di petrolio e gas. È l’effetto congiunto di tre fattori principali: la riduzione del prezzo del greggio Urals, l’inasprimento delle sanzioni occidentali e la forza del rublo, che ha ridotto il valore in valuta estera dei proventi energetici. A questo si aggiunge la pressione esercitata dalla Cina, che sta imponendo condizioni sempre più vantaggiose per sé nell’acquisto di idrocarburi, costringendo Mosca a concedere forti sconti.
Negli ultimi mesi, i dati del ministero delle Finanze russo hanno registrato un crollo delle entrate da petrolio e gas che ha riportato il bilancio pubblico a livelli di allarme. Le risorse derivanti dall’energia rappresentano da sempre circa un terzo delle casse statali, e la loro contrazione si traduce in deficit più ampi e in una necessità crescente di attingere alle riserve nazionali o di aumentare la pressione fiscale interna. La guerra in Ucraina, che comporta spese militari elevate e costanti, aggrava ulteriormente il quadro, lasciando meno margini per politiche sociali ed economiche.
L’accordo energetico con la Cina, che a livello politico viene presentato dal Cremlino come un successo, nasconde in realtà un forte squilibrio economico. L’intesa raggiunta per il nuovo gasdotto Power of Siberia 2 prevede che i prezzi siano legati a indici di mercato internazionali e non più ai livelli elevati garantiti in passato dai contratti europei a lungo termine. Questo consente a Pechino di ottenere forniture a costi ridotti, ma riduce significativamente i margini per Mosca. L’alleanza tra Russia e Cina appare dunque più come una necessità che come una scelta paritaria, con Pechino in posizione di forza e Mosca costretta a cedere pur di mantenere sbocchi di mercato.
La perdita di entrate ha già indotto il governo russo a rivedere le previsioni di bilancio. Le stime ufficiali indicano una riduzione di circa il 15 per cento delle entrate da export energetico nell’arco dell’anno, con un passaggio da previsioni di oltre 230 miliardi di dollari a circa 200 miliardi. La contrazione mette sotto pressione le politiche di spesa pubblica e costringe a valutare nuovi tagli o aumenti delle tasse per compensare la diminuzione. Alcune misure di riduzione delle spese non essenziali sono già state ipotizzate, ma non basteranno a colmare un divario così ampio.
A livello internazionale, la Russia si trova stretta tra l’impatto delle sanzioni e la difficoltà di mantenere rotte commerciali sicure. Le restrizioni imposte dall’Occidente hanno reso complicato l’accesso ai mercati tradizionali, e i tentativi di aggirare i divieti attraverso rotte alternative e flotte ombra di petroliere non compensano del tutto le perdite. Allo stesso tempo, i partner asiatici, pur rappresentando uno sbocco fondamentale, utilizzano il proprio peso contrattuale per ottenere condizioni estremamente favorevoli. In questo scenario, Mosca vede ridursi progressivamente la capacità di dettare i termini degli accordi.
Le conseguenze sul piano interno sono pesanti. La contrazione delle entrate limita la possibilità di sostenere il welfare e costringe a scelte difficili. L’incremento delle spese militari, considerato prioritario dal Cremlino, drena risorse da altri settori, alimentando tensioni sociali. Inoltre, la popolazione si trova a dover fronteggiare gli effetti indiretti del calo delle entrate statali, tra cui il rischio di nuove tasse, un’inflazione persistente e una crescita economica stagnante.
Dal punto di vista politico, la fragilità finanziaria può trasformarsi in un problema di consenso per il presidente Putin. Finora, la narrazione ufficiale ha insistito sulla resilienza dell’economia russa e sulla capacità del Paese di resistere alle sanzioni occidentali. Ma i numeri raccontano una realtà diversa: le risorse a disposizione si riducono, e le prospettive di lungo periodo appaiono sempre più incerte. L’equilibrio raggiunto con la Cina, utile per mantenere flussi minimi di entrate, evidenzia però una dipendenza crescente che rischia di condizionare pesantemente la politica economica e internazionale di Mosca.
La contrazione del 35 per cento delle entrate energetiche non è soltanto un dato contabile: è il segnale di una trasformazione strutturale che potrebbe avere conseguenze durature. Se la Russia non riuscirà a diversificare le proprie fonti di reddito e a trovare nuovi mercati di sbocco in grado di garantire margini adeguati, il peso delle concessioni a partner come la Cina continuerà a crescere. In tal caso, il Cremlino rischia di trovarsi in una posizione di crescente dipendenza economica proprio mentre cerca di riaffermare la propria autonomia politica e militare sulla scena internazionale.

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