Nasce “Alligator Alcatraz”: il carcere voluto da Trump tra retorica punitiva e spettacolarizzazione penale
- piscitellidaniel
- 2 lug
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Negli Stati Uniti prende forma un progetto carcerario senza precedenti: l’“Alligator Alcatraz”, una nuova struttura detentiva fortemente voluta da Donald Trump e concepita come simbolo e strumento della sua visione politica sulla criminalità e la sicurezza. Il nome evocativo e provocatorio allude sia al celebre penitenziario di Alcatraz, sia all’ambientazione “esotica” e minacciosa del nuovo complesso, che sorgerà nel cuore delle paludi della Florida, tra coccodrilli, recinzioni elettrificate e torri di sorveglianza in stile penitenziario del ventesimo secolo.
Il progetto, recentemente presentato dallo staff del tycoon in occasione di un comizio, fa parte del programma “Law and Order” con cui Trump intende rilanciare la propria candidatura presidenziale. Secondo quanto annunciato, il carcere ospiterà detenuti “particolarmente pericolosi” e recidivi, ma anche migranti irregolari condannati e individui colpevoli di crimini gravi contro lo Stato. Le parole utilizzate dall’ex presidente durante l’evento sono state volutamente teatrali e iperboliche: ha promesso un carcere “duro, remoto, isolato e indimenticabile”, in grado di trasmettere un messaggio chiaro alla società americana.
L’Alligator Alcatraz sarà costruito su un terreno paludoso di proprietà federale, non distante dal confine tra la Florida e la Georgia. Secondo i progettisti, il complesso sarà dotato di strutture all’avanguardia sul piano della sicurezza fisica, ma non offrirà “comodità” per i detenuti, nel solco di una filosofia punitiva che mira più a intimidire che a rieducare. Le celle saranno blindate, le comunicazioni con l’esterno limitate, le visite ridotte al minimo e il lavoro obbligatorio all’interno dell’istituto sarà previsto come forma di risarcimento verso la società. Particolarmente controverso è il piano di utilizzare droni per la sorveglianza e coccodrilli nei canali di contenimento per impedire le fughe.
La reazione dell’opinione pubblica non si è fatta attendere. Numerose organizzazioni per i diritti civili, tra cui l’ACLU e Human Rights Watch, hanno definito il progetto “una regressione incostituzionale verso modelli penitenziari disumanizzanti”. Secondo queste realtà, l’Alligator Alcatraz viola il principio della dignità della persona detenuta e rischia di trasformarsi in un simbolo di crudeltà piuttosto che in un deterrente efficace. Inoltre, i legali di diverse associazioni hanno sottolineato che la costruzione di un carcere in un’area soggetta a inondazioni e infestata da fauna pericolosa potrebbe configurare una violazione dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione americana e dalla Convenzione internazionale contro la tortura.
Il dibattito è esploso anche in ambito accademico e giuridico. Molti esperti ritengono che il progetto sia più un’operazione di marketing politico che una vera risposta alle esigenze del sistema penitenziario. Gli Stati Uniti, già oggi, detengono il più alto numero di carcerati al mondo, con oltre 2 milioni di persone rinchiuse nei penitenziari federali e statali. I problemi del sistema, secondo i critici, risiedono non tanto nella mancanza di strutture punitive, quanto nell’inefficienza del sistema giudiziario, nella scarsità di programmi di reinserimento sociale e nella criminalizzazione di fenomeni legati alla povertà e all’emarginazione.
Tuttavia, l’idea di una prigione “esemplare” situata in un contesto ambientale ostile ha trovato ampio consenso nella base elettorale trumpiana. Nei sondaggi condotti in alcuni Stati del sud, una maggioranza significativa degli intervistati si è detta favorevole all’iniziativa, interpretandola come una dimostrazione di forza contro la criminalità. In particolare, l’associazione simbolica tra “criminali” e “pericoli naturali” ha fatto presa su una narrativa consolidata che vede nella durezza delle condizioni carcerarie un giusto contrappeso alla gravità dei reati commessi.
L’Alligator Alcatraz è anche parte integrante di un piano più ampio con cui Trump intende ridefinire il paradigma penale statunitense. Oltre alla nuova struttura, il piano prevede l’abolizione della libertà vigilata per reati gravi, il ripristino della pena di morte federale per casi di terrorismo e narcotraffico, e l’espulsione automatica di migranti irregolari condannati anche per reati minori. Un approccio che contrasta apertamente con le riforme di stampo rieducativo promosse in alcuni Stati progressisti, dove si cerca di ridurre la popolazione carceraria e favorire modelli di giustizia riparativa.
La retorica utilizzata da Trump nel promuovere l’Alligator Alcatraz si inserisce in una strategia comunicativa ben precisa, che punta a far leva sulle paure e sull’istinto punitivo di una parte dell’elettorato. Nel suo discorso, l’ex presidente ha evocato immagini di caos urbano, criminalità diffusa e debolezza istituzionale, contrapponendovi l’immagine di uno Stato forte, deciso a punire senza tentennamenti. Le sue parole hanno trovato eco nei media conservatori, che hanno rilanciato l’idea del carcere-palude come simbolo della lotta contro il disordine e il degrado.
Nonostante le polemiche, la progettazione dell’Alligator Alcatraz è già stata affidata a un consorzio di imprese legate al settore della sicurezza, molte delle quali vicine al mondo repubblicano. I lavori potrebbero iniziare nel 2025, qualora Trump tornasse alla Casa Bianca. Il costo previsto per la costruzione è stimato in circa 750 milioni di dollari, interamente a carico del bilancio federale, con possibili partnership pubbliche-privati per la gestione dei servizi interni. Le previsioni parlano di una capienza iniziale di circa 2.500 detenuti, destinata ad aumentare progressivamente nel tempo.

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