Mps e i compensi milionari dei 12 consiglieri di Mediobanca: un caso che alimenta tensioni e interrogativi sul modello bancario italiano
- piscitellidaniel
- 10 ott
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Nella recente assemblea di Mps è emerso un dato che ha immediatamente catalizzato l’attenzione: i dodici consiglieri di Mediobanca percepiscono un compenso annuo complessivo che si aggira attorno ai 25 milioni di euro. Una cifra che ha sollevato polemiche, interrogativi sull’equità interna e riflessioni più profonde sul ruolo delle banche italiane, sul rapporto con gli azionisti e sulla trasparenza delle strutture di vertice. In un momento in cui il settore bancario è chiamato a ritrovare credibilità dopo gli anni di crisi e scandali, tensioni come queste rischiano di minare la fiducia degli investitori e degli stessi risparmiatori.
Il contesto del caso Mps è particolarmente delicato. La banca senese, uscita da una fase di commissariamento e vicina al percorso di privatizzazione con l’ingresso di nuovi azionisti, ha tra i suoi azionisti di riferimento proprio Mediobanca. È dunque evidente che le dinamiche retributive dei vertici del gruppo Satellite — come vengono definiti gli organi collegati a Mediobanca — non possono essere guardate come questioni estranee all’ecosistema patrimoniale e di governance di Mps. Il fatto che i compensi dei consiglieri si collochino su livelli così elevati in un gruppo bancario che aspira a rilanciarsi suscita perplessità: quanto pesa tale spesa sui bilanci consolidati del gruppo? Qual è la giustificazione di valori così elevati, e come si rapportano alle performance effettive e alle responsabilità?
Uno degli elementi che più emerge nel dibattito è il confronto con i compensi degli organi dirigenti nelle stesse banche italiane. Molte banche quotate hanno limiti remunerativi più cauti per i consiglieri di indirizzo e sorveglianza, o sculptano criteri più stringenti basati su indicatori di performance, trasparenza e responsabilità individuale. Il caso dei 25 milioni complessivi mette in luce il rischio che, senza adeguati controlli e limiti, le strutture di governance diventino costose “istituzioni di casta”, isolate dai risultati reali, poco sensibili alla pressione degli azionisti e distanti dalle esigenze operative delle filiali e dei territori.
Questo scenario ravviva anche la questione dell’allineamento degli interessi tra vertici, azionisti e stakeholder. Se i consiglieri percepiscono remunerazioni elevate senza che vi siano penalizzazioni chiare in caso di performance negative, il meccanismo di incentivazione può diventare debole, favorendo un legame di rendita più che di servizio all’istituzione. In questo caso, la domanda che si impone è se gli azionisti — in particolare i piccoli risparmiatori — abbiano strumenti adeguati per valutare, contestare e incidere su politiche retributive tanto generose.
Il rapporto calibro-potere è centrale in questo caso. Mediobanca, da sempre attore chiave nel sistema bancario italiano, esercita una funzione istituzionale che va oltre il mero investimento, diventando polo di coordinamento e influenza nel mercato finanziario e nei rapporti tra banche, imprese e Stato. In questo quadro, i compensi dei suoi consiglieri sono visibili non solo in termini economici ma anche di valore simbolico: indicano come viene percepito il potere, quale modello di melioramento adottare e che margine si concede alle élite finanziarie nella ripartizione del reddito nei gruppi bancari italiani.
In ambienti vicini al mondo bancario, si sottolinea come i 25 milioni complessivi non siano un monolite uniforme: essi includono voci fisse, variabili legate a funzioni specifiche, indennità per partecipazioni in comitati e compensi per presidenze di commissioni. Tuttavia, anche questa articolazione non stempera il fronte critico: quanto di quel monte è giustificato da prestazioni reali, quanta parte è puramente “onoraria”, senza legame diretto con il valore creato? E inoltre: come rispondono i criteri di revisione interna e i comitati di remunerazione a situazioni in cui le condizioni di mercato peggiorano, i rendimenti calano e i rischi finanziari aumentano?
Un’altra questione importante riguarda la trasparenza e la decisione dell’assemblea degli azionisti. In molti casi, gli azionisti istituzionali e gli investitori di minoranza reagiscono con perplessità quando vengono chiamati a ratificare piani retributivi che appaiono poco commisurati ai risultati della banca. La capacità di esercitare il voto consapevole, di chiedere documentazione chiara e di richiedere comparazioni esterne diventa dunque un presidio chiave contro derive remunerative eccessive. In questo contesto, la proposta di introdurre limiti percentuali massimi dei compensi dei consiglieri rispetto al patrimonio netto o agli utili potrebbe diventare parte del dibattito sulle riforme del governo societario bancario.
Nel corso degli ultimi mesi, quando Mps ha reso noti i conti preliminari, alcuni elementi hanno alimentato il confronto: margini operativi ancora compressi, spese di struttura pesanti e perdite in alcune linee di business. Se a questo si aggiunge il peso di costi elevati per la governance — come quelli in discussione — si rafforza la narrazione che occorra una discontinuità, una revisione di stili e un rafforzamento del profilo efficiente del gruppo. Per molti osservatori, è necessario che il rilancio della banca avvenga anche da una riflessione radicale su come si remunerano i vertici, su come si presidiano i ruoli e su come si misurano i risultati rispetto agli investimenti effettuati.
Il caso dei compensi elevati dei consiglieri di Mediobanca in relazione a Mps arriva in un momento in cui il sistema bancario italiano deve affrontare sfide profonde: digitalizzazione, consolidamento del sistema, pressione regolamentare, mutamenti nei modelli creditizi e rischi macroeconomici crescenti. In questo scenario, ogni euro destinato alla governance conta: se speso senza rigore, diventa simbolo di disallineamento; se gestito con criterio, può essere elemento di attrazione di competenze internazionali e governance moderna.
L’attenzione ora si sposta sulle decisioni che prossimamente verranno prese: come reagiranno gli azionisti di minoranza? Come si pronunceranno le autorità di vigilanza bancaria? Quali proposte emergeranno per rafforzare la trasparenza, i criteri di legame premio-performance e i limiti alle remunerazioni? E soprattutto: questo episodio potrà essere la spinta a riscrivere certe prassi di elitismo finanziario o resterà un simbolo isolato di un sistema che tollera disparità nelle retribuzioni di vertice?

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