La nuova normativa europea contro la deforestazione e l’impatto economico stimato fino a 2,6 miliardi
- piscitellidaniel
- 23 set
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L’entrata in vigore del regolamento europeo sulla deforestazione (EUDR, European Union Deforestation Regulation) sta suscitando un ampio dibattito tra imprese, associazioni di categoria e istituzioni. La norma, concepita per contrastare il contributo europeo alla deforestazione globale e alla degradazione delle foreste, impone a tutti gli operatori economici che commercializzano determinate materie prime e prodotti derivati di garantire la piena tracciabilità della filiera. Secondo le prime analisi, l’impatto economico complessivo dei nuovi adempimenti potrebbe raggiungere fino a 2,6 miliardi di euro, con conseguenze dirette su vari settori produttivi.
Il regolamento interessa principalmente comparti legati a materie prime considerate a rischio: legno, olio di palma, soia, caffè, cacao, gomma e bovini, oltre ai prodotti trasformati che derivano da tali risorse. Tutti gli operatori dovranno dimostrare che le forniture non provengono da aree deforestate dopo il 31 dicembre 2020. Ciò significa che per ogni lotto commercializzato dovrà essere disponibile un’informazione completa sull’origine, supportata da dati geolocalizzati e certificazioni. Una rivoluzione che tocca da vicino tanto le grandi multinazionali quanto le piccole e medie imprese attive in questi mercati.
Le stime sui costi aggiuntivi derivanti dall’EUDR variano, ma convergono sull’idea di un impatto consistente. Le imprese saranno chiamate a sostenere spese per l’adeguamento dei sistemi informatici, per la raccolta e la verifica dei dati, per la formazione del personale e per la consulenza legale e tecnica. Inoltre, non sono da sottovalutare i costi legati ai possibili ritardi nelle forniture: garantire la completa tracciabilità significa coordinare catene del valore che spesso attraversano diversi Paesi, con normative locali non sempre allineate agli standard europei.
Tra i settori più esposti si trovano quello del legno e dell’arredo, che in Italia rappresenta un comparto di eccellenza e di esportazione di grande rilievo. Le aziende dovranno assicurare che ogni pezzo di legname importato sia certificato e proveniente da aree gestite in maniera sostenibile. Ciò comporta un onere amministrativo notevole, che si aggiunge alle difficoltà già presenti sul mercato internazionale. Anche il settore agroalimentare sarà particolarmente colpito: per caffè e cacao, che l’Italia importa in grandi quantità per la produzione di cioccolato e bevande, i fornitori dovranno garantire la conformità con le nuove regole. Questo potrebbe ridurre la platea dei partner commerciali e generare tensioni sui prezzi.
Un altro ambito rilevante è quello della gomma, materia prima cruciale per l’industria automobilistica. Le imprese dovranno verificare la provenienza delle forniture utilizzate nella produzione di pneumatici e componentistica, con un incremento dei costi di tracciabilità e certificazione. Per i bovini e i prodotti derivati, come la pelle, la normativa inciderà sull’intera catena della moda e del lusso, imponendo garanzie che potranno influire sulla competitività delle imprese italiane rispetto a concorrenti di Paesi extraeuropei meno vincolati.
Le associazioni di categoria hanno sottolineato la necessità di un periodo transitorio più ampio e di linee guida chiare per l’applicazione della normativa. In assenza di strumenti operativi uniformi, il rischio è quello di creare confusione tra gli operatori, con conseguenze negative per le esportazioni e per la capacità delle aziende di rispettare le scadenze. Alcuni osservatori avvertono che le piccole imprese potrebbero avere maggiori difficoltà nell’adeguarsi, con il rischio di restare escluse da filiere internazionali sempre più complesse.
Le istituzioni europee ribadiscono che l’obiettivo prioritario è la tutela ambientale e la riduzione dell’impatto dell’Unione Europea sulla deforestazione globale. Ogni anno, milioni di ettari di foreste vengono distrutti per far spazio a coltivazioni intensive e allevamenti, contribuendo in modo significativo alle emissioni di gas serra e alla perdita di biodiversità. Con l’EUDR, l’Europa intende assumere un ruolo guida nella lotta al cambiamento climatico, promuovendo un modello di consumo e produzione più responsabile.
Dal punto di vista politico, la misura si inserisce nella strategia del Green Deal europeo e nel pacchetto di iniziative Fit for 55. Le pressioni delle organizzazioni ambientaliste hanno giocato un ruolo importante nel portare avanti la normativa, mentre gli operatori economici continuano a chiedere maggiore gradualità nell’attuazione e strumenti di supporto per ridurre i costi. Alcuni Stati membri hanno espresso perplessità sull’impatto della regolamentazione sulle proprie filiere, ma l’accordo raggiunto a livello europeo conferma la volontà comune di accelerare la transizione verso modelli più sostenibili.
In Italia, il dibattito coinvolge soprattutto i distretti produttivi legati al legno e all’agroalimentare. Le imprese cercano di organizzarsi con sistemi di certificazione già esistenti, come FSC e PEFC per il legno o Rainforest Alliance per caffè e cacao, ma la richiesta di geolocalizzazione precisa delle aree di origine introduce una novità che richiederà investimenti tecnologici specifici. Alcune aziende hanno già avviato partnership con start-up e società di consulenza per sviluppare piattaforme digitali in grado di tracciare ogni fase della catena produttiva.
La portata economica stimata, pari fino a 2,6 miliardi di euro, non va letta solo come costo aggiuntivo, ma anche come investimento necessario per garantire la competitività futura. La conformità all’EUDR diventerà infatti un prerequisito per accedere al mercato europeo, e le aziende che sapranno adattarsi più rapidamente potranno trasformare l’obbligo in un vantaggio competitivo, valorizzando la trasparenza della filiera come elemento distintivo sul mercato globale.

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