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La fine dell’alleanza verde: la Net Zero Banking Alliance chiude i battenti e la finanza climatica entra in una nuova fase

Dopo anni di promesse, dichiarazioni e adesioni plurime, la «Net Zero Banking Alliance» (NZBA) ha deciso di cessare le sue operazioni in forma attiva, segnando un punto di svolta per il modello volontario nel percorso della finanza sostenibile. L’annuncio, preso a seguito di un voto interno tra i membri, ha colto molti di sorpresa, ma era preceduto da segnali evidenti di disaffezione e defezioni da parte di grandi istituti finanziari. L’alleanza, nata con l’obiettivo di spingere le banche a orientare i propri portafogli verso l’azzeramento delle emissioni nette entro il 2050, perde ora la sua struttura di coalizione attiva per trasformarsi in un “framework” – ossia un riferimento teorico e tecnico che continuerà a rendere accessibili le linee guida elaborate negli anni, ma senza più una vigilanza operativa comune.


La decisione di porre termine alle attività della NZBA è il culmine di una crisi strutturale che ha visto progressivamente erodersi la base aderente della coalizione. Molti istituti che inizialmente avevano aderito con entusiasmo hanno progressivamente abbandonato l’iniziativa, riflettendo scelte politiche, pressioni regolatorie, ridefinizioni strategiche e – in alcuni casi – un ripensamento sull’efficacia dell’approccio volontario. Tra i fattori che hanno innescato l’esodo delle grandi banche vi è stata la difficoltà di conciliare gli impegni climatici con le esigenze competitive, la pressione politica in particolari aree geografiche (in particolare negli Stati Uniti), e la crescente percezione che l’alleanza non fosse più in grado di esercitare una leva credibile sull’industria bancaria nel suo complesso.


Già da tempo si registravano segnali di cedimento. Alcune delle grandi banche statunitensi – tra cui JPMorgan Chase, Citigroup, Bank of America, Morgan Stanley e Goldman Sachs – avevano abbandonato l’adesione alla NZBA, motivando la scelta con la volontà di consolidare impegni climatici autonomi e più pragmatici, lontani da coalizioni percepite come vincolanti o esposte a rischi reputazionali. A queste defezioni si sono aggiunti, nel corso del 2025, grandi istituti europei quali HSBC, Barclays e UBS, che hanno segnalato che l’alleanza aveva perso massa critica e coesione operativa. La somma di questi abbandoni ha reso sempre più evidente che il modello di adesione volontaria, privo di meccanismi sanzionatori credibili, era giunto al capolinea.


In risposta, già nei mesi scorsi la NZBA aveva avviato una consultazione interna per valutare un cambiamento radicale di assetto: da un’alleanza a membri attivi a una struttura “quadro” di supporto e indirizzo. Si era ipotizzato di sospendere temporaneamente le attività operative e di trasformare l’organizzazione in un organismo non più vincolato al numero di aderenti, ma in grado di operare come centro di stesura e diffusione di strumenti metodologici, linee guida e best practice per le banche che intendessero perseguire strategie di decarbonizzazione. Alla fine, il voto ha sancito la chiusura definitiva dell’operatività tradizionale. Le risorse sviluppate – come le guide per la definizione dei target climatici bancari – saranno mantenute come patrimonio pubblico, accessibili come supporto tecnico.


Questo passaggio ha implicazioni simboliche e pratiche rilevanti. Simbolicamente, rappresenta la fine di un’epoca in cui si credeva che le coalizioni volontarie potessero indirizzare in modo autorevole il comportamento delle istituzioni finanziarie su scala globale. I sostenitori del modello volontario avevano promosso la NZBA come ponte tra capitale e clima, uno spazio di autoregolamentazione in grado di anticipare e integrare la futura regolamentazione obbligatoria. Il suo dissolvimento mette in luce i limiti di quel paradigma: senza strumenti coercitivi, la disciplina volontaria si rivela fragile, suscettibile alle pressioni competitive, alle oscillazioni politiche e alle spinte al ritorno sul breve termine.


Sul piano pratico, la fine dell’alleanza attiva lascia uno spazio vuoto nel panorama della finanza climatica internazionale. Le banche che fino ad oggi facevano affidamento sulla NZBA come contesto di verifica reciproca e benchmark condiviso perdono un riferimento centrale. La coerenza metodologica, l’allineamento trasparente dei target e la comparabilità tra istituti rischiano di indebolirsi. Se molte banche continueranno autonomamente a adottare strategie di decarbonizzazione, lo faranno su basi differenti, con gradi di rigore e ambizione variabili. Ciò apre il rischio di disuniformità, frammentazione degli standard e potenziale rilassamento delle soglie di impegno.


In parallelo, il collasso dell’NZBA intensifica la pressione sul ruolo della regolamentazione pubblica. Molti osservatori ritengono ormai indispensabile un approccio obbligatorio, con regole chiare, rendicontazioni standardizzate e meccanismi di supervisione indipendenti. Le istituzioni pubbliche, in particolare quelle europee, sono chiamate a colmare il vuoto lasciato dalla coalizione privata e ad affermare norme che impediscano azioni simboliche prive di contenuto reale. Alcune iniziative normative – come la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), l’estensione della tassonomia verde e le disposizioni dell’Unione Europea in materia ESG – possono assumere un ruolo centrale in questo disegno.


Allo stesso tempo la dissoluzione dell’NZBA non significa che il tema della finanza sostenibile perda rilevanza: al contrario, potrebbe segnare una fase di riorientamento più pragmatica e concentrata. Alcune banche già svolgono internamente attività di valutazione del rischio climatico, emettono green bond, integrano criteri ESG nelle politiche di credito e investimento e adottano sistemi di monitoraggio interno. In assenza dell’architettura comune, si rafforzerà la competizione interna tra le banche più ambiziose, che cercheranno di distinguersi con impegni climatici credibili e verificabili. In questo contesto, quella che prima era una coalizione collettiva diventerà una costellazione di scelte individuali, affiancate da un sottofondo comune di tecnicalità e linee guida disponibili.


Infine, l’esperienza dell’NZBA costituisce una lezione significativa per le future alleanze climatiche nei settori finanziari: essa dimostra che la legittimità e la sostenibilità di una coalizione non possono dipendere soltanto dalla buona volontà dei partecipanti, ma richiedono strutture di governance robuste, credibilità tecnica, meccanismi di verifica e una base aderente stabile. Le coalizioni future dovranno bilanciare flessibilità e rigore, volontarismo e ancoraggi normativi, oltre a mantenere un supporto organizzativo capace di resistere alle tensioni politiche e finanziarie. In assenza di questi elementi fondamentali, possono sopravvivere solo come referenti tecnici isolati, non come motori di cambiamento globale.


La chiusura attiva della Net Zero Banking Alliance non segna la fine della finanza verde, ma indica che il suo percorso evolutivo entra in una fase matura e competitiva, dove le azioni concrete saranno giudicate dalla qualità degli impegni, dalla trasparenza e dalla coerenza delle strategie individuali piuttosto che dall’adesione a sigle collettive. Questo nuovo scenario richiederà responsabilità, rigore e – soprattutto – una nuova alleanza possibile: quella tra regolatori, istituti finanziari e società civile, capace di tracciare una traiettoria realistica verso la decarbonizzazione e la stabilità climatica.

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