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Italia, salari reali in caduta “storica” mentre gli utili aziendali esplodono: la frattura che rischia di spaccare il consenso sociale

Negli ultimi anni l’Italia ha vissuto un fenomeno economico che rischia di diventare un punto di rottura nella fiducia dei cittadini verso l’economia reale: i salari reali — ossia il potere d’acquisto delle buste paga al netto dell’inflazione — hanno subito una discesa che può essere definita “record” nell’area euro, mentre le imprese — in particolare le grandi aziende, le società pubbliche e i gruppi a controllo statale — registrano utili in forte crescita. Questo scarto crescente non è soltanto un dato statistico: è percepito come ingiustizia, come uno scippo nei confronti di chi lavora, e alimenta malessere sociale, proteste e tensioni politiche.


Da un lato, i dati mostrano che le buste paga dipendenti hanno perso terreno in modo significativo. Il crollo del potere d’acquisto si aggira intorno a una contrazione del 5-6 % tra la fine del 2021 e la primavera del 2025, secondo rilevazioni comparate con l’area euro. Alcune stime, come quelle dell’OCSE, parlano di una perdita media del 7,5 % nel periodo 2021-2024. Questo è un arretramento che pochi grandi paesi avanzati registrano: in Italia l’inflazione ha eroso più profondamente le retribuzioni reali rispetto ai partner europei. Il fenomeno è particolarmente accentuato per i redditi più bassi: chi guadagna poco spende una quota maggiore del reddito per consumi essenziali (alimenti, energia, trasporti), categorie dove i rincari sono stati più forti, e dunque subisce un danno relativo maggiore.


Dall’altro lato, accade che le imprese, soprattutto quelle nei settori regolati o con forte potere di mercato, riescano a capitalizzare questa situazione. Il boom degli utili aziendali — nelle società pubbliche, nei gruppi strategici, nelle aziende quotate — suggerisce che parte del valore prodotto non è stato redistribuito a chi ha contribuito con il proprio lavoro. In alcuni casi, si parla di margini operativi che aumentano nei bilanci delle imprese a controllo pubblico anche più che nell’economia privata; in altri, i dividendi, le stock option, i titoli e le remunerazioni manageriali crescono in misura sostanziale. In sostanza, sembra essersi innescato un meccanismo di redistribuzione verso il capitale e la proprietà, con scarsa ricaduta verso chi lavora.


La combinazione tra salari reali in calo e utili aziendali in ascesa produce una frattura. Molti lavoratori percepiscono che, pur partecipando alla crescita complessiva del PIL nazionale (magari non in modo omogeneo, ma con segmenti che crescono), non vedono riflettersi nella loro retribuzione alcun miglioramento reale. La crescita economica “non arriva in tasca” ai più, e questo diventa un catalizzatore di protesta, sentimento di ingiustizia e sfiducia verso il sistema politico ed economico.


Quali ragioni strutturali spiegano questo squilibrio? Alcuni elementi emergono con chiarezza:

  • Il sistema dei rinnovi contrattuali è ormai obsoleto. Le dinamiche contrattuali in molti settori non sono più ancorate a indicatori reali (inflazione attesa, costo della vita), ma spesso ritardano nel tempo, perdono forza di adeguamento e non compensano le perdite reali già occorse nel frattempo. In pratica, la retribuzione perde valore prima ancora che venga adeguata.

  • Le imprese con potere di mercato o posizioni regolate possono aumentare i prezzi, trasferendo i costi e i margini sul cliente finale. In questi contesti, la capacità di “far pagare” è superiore a quella dei lavoratori di ottenere compensazioni salariali. Ciò favorisce chi ha capacità di prezzo rispetto a chi dipende dal salario.

  • Le società partecipate e controllate dallo Stato svolgono un ruolo centrale. In questi gruppi si registrano aumenti del fatturato e della redditività superiori alla media dell’economia, mentre i salari spesso rimangono stagnanti o crescono meno del valore aggiunto prodotto. Il divario dunque si amplifica proprio nei comparti che teoricamente dovrebbero avere una “responsabilità sociale”.

  • Il sistema fiscale e gli strumenti di redistribuzione non sono riusciti finora a intervenire efficacemente per contenere la forbice. Le aliquote progressive, le detrazioni, i trasferimenti sociali, i bonus e le prestazioni assistenziali hanno una capacità limitata nel correggere questa divergenza che si è accumulata lungo più anni. In assenza di un mix di politiche dei redditi coraggiose, il divario si consolida.


Sul piano sociale e politico, le conseguenze sono già evidenti. Le proteste, i malumori, il sentimento di esclusione diventano terreno fertile per movimenti di dissenso che non si esprimono solo in chiave economica ma anche in chiave culturale e identitaria. Le piazze — che già oggi si accendono su temi internazionali, proteste civili o questioni morali — rischiano di trasformarsi anche in luoghi di rabbia redistributiva. Il disagio economico non è un elemento marginale, ma un detonatore potenziale di instabilità politica.


Per le istituzioni e per il governo, questo squilibrio rappresenta una sfida urgente: se non si interviene con politiche incisive di redistribuzione, adeguamento salariale e interventi strutturali sui contratti, il consenso economico rischia di vacillare. È una questione che non riguarda solo il presente, ma la resilienza sociale dell’Italia: un sistema che genera crescita ma la lascia “a valle” alle imprese e non ai salari rischia di autodistruggersi nelle sue basi di stabilità sociale.


In questa cornice, le prossime mosse contano. Sarebbe necessario:

  • Ripensare i meccanismi di adeguamento salariale, con formule contrattuali che tengano conto dell’inflazione attesa e dei ritardi nei rinnovi.

  • Rafforzare la capacità redistributiva dello Stato, attraverso imposte più progressive, strumenti di contrasto alle rendite e bonus mirati per le fasce più deboli.

  • Incentivare forme di partecipazione dei lavoratori agli utili aziendali, magari tramite meccanismi di azionariato o bonus legati alla produttività, per ridurre il distacco percepito.

  • Regolare meglio i settori regolamentati e le imprese a controllo pubblico, imponendo trasparenza salariale, limiti ai margini e obblighi sociali più stringenti per chi serve in monopoli naturali.


L’Italia non può permettersi una crescita “a senso unico”, in cui il guadagno rimane concentrato in pochi e la maggioranza resta esclusa dal beneficio economico. Il vero test della sostenibilità non è quanto cresce il PIL, ma quanto cresce la vita concreta delle persone: se il divario tra salari e utili continua ad allargarsi, la sfida diventa una prova di convivenza civile, non soltanto un tema tecnico.

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