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Intel taglia 25mila posti e lascia l’Europa: la svolta che cambia il futuro della produzione tecnologica globale

La decisione di Intel di tagliare fino a 25.000 posti di lavoro e dismettere parte dei suoi siti produttivi in Europa rappresenta uno dei più significativi segnali di cambiamento nel settore globale dei semiconduttori. Il colosso americano dei chip, alle prese con una ristrutturazione profonda della propria strategia industriale, ha avviato un piano drastico di razionalizzazione delle risorse produttive che avrà ripercussioni a livello mondiale, colpendo in particolare le sedi europee. L’annuncio arriva in un momento di estrema turbolenza per il settore tecnologico, segnato dal rallentamento della domanda post-pandemica, dalla concorrenza aggressiva dei produttori asiatici e dalle trasformazioni geopolitiche che spingono le grandi economie a riconsiderare le proprie catene del valore.


L’ondata di licenziamenti rappresenta uno dei tagli più pesanti nella storia di Intel, e coinvolge non solo funzioni amministrative e logistiche, ma anche il cuore della produzione. L’azienda ha confermato che parte delle fabbriche e dei centri R&D in Europa verranno chiusi o ridimensionati, con un impatto diretto sui poli tecnologici in Germania, Irlanda e in alcuni Paesi dell’Europa orientale. Si tratta di sedi che, negli ultimi anni, avevano rappresentato per Intel una piattaforma strategica per servire il mercato europeo e sostenere gli investimenti in innovazione, anche con il supporto dei fondi pubblici stanziati dai governi locali e dalle istituzioni comunitarie.


La decisione sembra mettere in discussione anche l’impegno dell’azienda nel programma “Chips Act” europeo, il piano da 43 miliardi di euro promosso dalla Commissione per rafforzare la sovranità tecnologica del continente e ridurre la dipendenza dai fornitori asiatici. Proprio in questo contesto, Intel aveva annunciato meno di due anni fa un piano ambizioso per realizzare nuovi impianti in Germania e per espandere il sito di Leixlip, in Irlanda. Ora, il cambio di rotta lascia intravedere un ridimensionamento delle ambizioni industriali in Europa, sollevando interrogativi sulla coerenza della strategia aziendale e sulle garanzie fornite in fase di negoziazione con le autorità pubbliche.


Secondo quanto trapelato, i vertici di Intel avrebbero deciso di privilegiare una ristrutturazione più centralizzata, con il rafforzamento degli impianti negli Stati Uniti, in particolare in Arizona e Ohio, dove sono già in corso investimenti miliardari per la costruzione di nuove fabbriche destinate alla produzione di chip avanzati. La scelta si inserisce nel contesto delle politiche di reshoring promosse dall’amministrazione americana, che mira a riportare all’interno dei confini nazionali la produzione di componenti strategici come i semiconduttori. Anche il sostegno diretto previsto dal CHIPS and Science Act, con oltre 52 miliardi di dollari di incentivi, ha reso più conveniente per Intel concentrarsi sul mercato domestico.


Le ricadute occupazionali sono pesantissime. I 25.000 posti di lavoro tagliati equivalgono a circa il 20% della forza lavoro globale di Intel. In Europa, la chiusura degli impianti rischia di causare gravi danni alle economie locali, specialmente in aree dove l’indotto industriale si era sviluppato proprio attorno alle attività di produzione e sviluppo dell’azienda. I sindacati di categoria, in Germania e Irlanda, hanno già annunciato proteste e richieste di chiarimenti, chiedendo al governo federale e alla Commissione UE di intervenire per tutelare i lavoratori e garantire che le promesse fatte da Intel non si trasformino in un boomerang.


Il governo tedesco, che aveva fortemente sostenuto l’accordo con Intel per l’insediamento di un mega stabilimento a Magdeburgo, si è detto “sorpreso e deluso” dalla scelta, definendo “non accettabile” l’abbandono del progetto a fronte degli impegni già sottoscritti. Anche la Commissione Europea, pur mantenendo una posizione prudente, ha espresso preoccupazione per l’impatto della decisione sull’intero disegno strategico del Chips Act, sottolineando l’urgenza di tutelare l’autonomia tecnologica dell’Unione. Fonti comunitarie fanno sapere che è in corso un confronto con i vertici dell’azienda per chiarire la portata effettiva della ristrutturazione e valutare le possibili conseguenze contrattuali.


Il cambio di strategia di Intel evidenzia anche una crescente difficoltà delle imprese occidentali nel mantenere livelli competitivi con i giganti asiatici, in particolare TSMC e Samsung. Queste aziende, grazie a una struttura produttiva più flessibile e a un rapporto più consolidato con i governi locali, sono riuscite a consolidare la propria leadership globale nella produzione di chip avanzati, mantenendo costi più bassi e una velocità di innovazione superiore. Intel, che per decenni ha dominato il mercato dei processori, si trova ora a inseguire, cercando di riconvertire un modello industriale che fatica a reggere la pressione internazionale.


Gli analisti del settore sottolineano che, pur essendo comprensibile la volontà di ridurre i costi e rafforzare la redditività, la scelta di abbandonare siti produttivi in Europa potrebbe rivelarsi controproducente nel medio termine. In un contesto geopolitico sempre più instabile, la frammentazione delle catene di approvvigionamento e la crescente attenzione dei governi alle forniture strategiche potrebbero penalizzare le aziende che non garantiscono una presenza capillare sui mercati locali. Inoltre, l’affidabilità e la stabilità politica dell’Europa restano elementi di attrazione per investimenti industriali a lungo termine, che rischiano ora di essere rimessi in discussione.


Con questa mossa, Intel ridisegna profondamente il proprio posizionamento industriale e accende una nuova fase di confronto con le istituzioni europee. Se la razionalizzazione porterà vantaggi in termini di margini e sostenibilità finanziaria, resta da capire quale sarà il prezzo in termini di reputazione, coerenza strategica e fiducia degli stakeholder pubblici e privati. La partita resta aperta, e le reazioni che emergeranno nei prossimi mesi saranno decisive per comprendere se questa “rivoluzione” porterà a una nuova fase di sviluppo o a una perdita di centralità nel panorama globale dell’innovazione tecnologica.

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