Grecia e Portogallo sorpassano l’Italia e sorprendono Europa: l’effetto Troika che oggi premia chi è stato commissariato
- piscitellidaniel
- 21 lug
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Nel panorama economico europeo post-pandemia, un dato si impone con forza: Grecia e Portogallo, un tempo considerati tra i malati cronici dell’Eurozona, stanno oggi mostrando performance macroeconomiche più solide rispetto a quelle di Italia, Germania e Francia. Un ribaltamento di prospettiva impensabile fino a pochi anni fa, quando le due nazioni iberiche venivano associate alla Troika, ai default sovrani e a piani di austerità draconiani imposti da Bruxelles, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale.
Il sorpasso si misura su diversi indicatori chiave. Crescita economica, occupazione, deficit pubblico, rapporto debito/PIL e stabilità finanziaria raccontano una storia di recupero strutturale sorprendente per due paesi che, tra il 2010 e il 2014, sono stati oggetto di salvataggi multilaterali e piani di riforma imposti dall’esterno. Secondo i dati Eurostat aggiornati a metà 2025, il PIL greco cresce a un tasso annuo del 2,5%, quello portoghese del 2,3%, mentre l’Italia fatica a superare l’1%. In Germania e Francia, la situazione non è migliore: Berlino, colpita dal rallentamento manifatturiero e dalle tensioni geopolitiche, oscilla attorno allo 0,4%, e Parigi viaggia poco sopra l’1%.
Il cambiamento più significativo riguarda però la finanza pubblica. Dopo anni di rigore e riforme impopolari, Grecia e Portogallo hanno abbattuto il loro rapporto debito/PIL a livelli prossimi o addirittura inferiori a quello italiano. La Grecia, che nel 2011 superava il 180% del debito/PIL, ha oggi ridotto il suo rapporto sotto il 150%, grazie a una combinazione di avanzi primari costanti, crescita sostenuta e ristrutturazioni del debito a lungo termine. Il Portogallo è sceso al 97%, molto al di sotto del 140% italiano. Ma ciò che più sorprende è la percezione dei mercati: i titoli di Stato ellenici e portoghesi vengono oggi valutati con rendimenti comparabili, o in alcuni momenti persino inferiori, a quelli italiani, segno che gli investitori considerano più affidabili le prospettive di Atene e Lisbona.
L’origine di questo sorpasso affonda le radici nella crisi dell’eurozona del 2010-2012. Mentre l’Italia, pur sotto osservazione, è riuscita a evitare un commissariamento diretto da parte della Troika, Grecia e Portogallo sono stati costretti a firmare memorandum d’intesa che hanno imposto riforme strutturali radicali. In Grecia, la Troika ha chiesto tagli ai salari pubblici, pensioni ridotte, privatizzazioni massive e liberalizzazioni del mercato del lavoro. Misure simili sono state adottate anche in Portogallo, sebbene con modalità meno aggressive.
Queste riforme, pur vissute all’epoca come una perdita di sovranità e fonte di forti tensioni sociali, hanno costretto i due paesi ad attuare trasformazioni profonde del proprio modello economico. La pubblica amministrazione è stata razionalizzata, il sistema fiscale reso più efficiente, la spesa pubblica contenuta e il mercato del lavoro reso più flessibile. Il risultato è che oggi, a distanza di oltre un decennio, Grecia e Portogallo raccolgono i frutti di un risanamento doloroso ma strutturale.
L’Italia, al contrario, ha attraversato la crisi del debito mantenendo formalmente la sua autonomia decisionale, ma ha mancato molte delle riforme strutturali richieste dai partner europei. Le promesse di spending review, semplificazione normativa e riforma del fisco si sono scontrate con la frammentazione politica, l’instabilità dei governi e la resistenza corporativa. L’unico momento in cui Roma si è avvicinata a una forma di commissariamento informale è stato tra il 2011 e il 2012, con il governo tecnico guidato da Mario Monti. Tuttavia, quel breve periodo di riformismo è stato presto archiviato con il ritorno della politica tradizionale e con esso il riemergere delle rigidità storiche del sistema.
Oggi l’Italia paga il prezzo di quella mancata occasione. Il debito pubblico resta elevato, la crescita anemica, la produttività stagnante. Il mercato del lavoro mostra ancora una forte segmentazione tra garantiti e precari, e la pressione fiscale sulle imprese è tra le più alte d’Europa. A ciò si aggiunge la lentezza nella spesa dei fondi del PNRR, che avrebbe dovuto rappresentare una leva di rilancio per investimenti pubblici e riforme infrastrutturali. Anche le recenti tensioni con Bruxelles sulla legge di bilancio e sul rispetto dei parametri del nuovo Patto di stabilità europeo hanno contribuito ad aumentare la percezione di incertezza e fragilità.
In questo contesto, il successo di Grecia e Portogallo si trasforma in uno specchio per l’Italia, mostrando che l’austerità e le riforme imposte possono, se ben gestite nel tempo, produrre un risanamento duraturo. Atene e Lisbona hanno anche beneficiato del ritorno di fiducia da parte delle istituzioni europee, che hanno premiato la coerenza delle politiche economiche con una maggiore flessibilità nell’uso dei fondi UE e condizioni di finanziamento migliori. Entrambi i paesi hanno saputo utilizzare in modo efficace i fondi di coesione e quelli del Next Generation EU, focalizzandosi su digitalizzazione, infrastrutture verdi e riforma della pubblica amministrazione.
Il paradosso è che oggi, a dispetto delle sofferenze passate, i due ex “sorvegliati speciali” della Troika sono considerati modelli di virtù fiscale e stabilità. Il loro cammino è stato lungo e doloroso, ma ha prodotto una trasformazione reale. L’Italia, pur avendo goduto di maggiori margini di manovra, si trova oggi nella posizione di dover rincorrere quei paesi che un tempo guardava con compassione o sufficienza.
La sfida ora è duplice: recuperare credibilità a livello europeo, anche in vista dell’implementazione del nuovo Patto di stabilità, e avviare una vera stagione di riforme interne capaci di rilanciare produttività, competitività e sostenibilità del debito. Il tempo concesso dai tassi bassi e dagli acquisti della BCE è ormai scaduto. E mentre altri paesi hanno usato quel tempo per ristrutturare le fondamenta delle loro economie, l’Italia si ritrova con le stesse fragilità di vent’anni fa, ma in un contesto globale molto più esigente.

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