Gli albergatori insorgono contro l’aumento dell’imposta di soggiorno previsto per il 2026: il turismo sotto pressione fiscale
- piscitellidaniel
- 16 ott
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La categoria alberghiera italiana si prepara a lanciare un allarme: l’aumento dell’imposta di soggiorno previsto per il 2026 è stato accolto con severa opposizione da parte delle associazioni che rappresentano il mondo dell’ospitalità. Confindustria Alberghi, Assohotel, Faita e Federalberghi hanno reagito con una nota congiunta, criticando la decisione del Governo di prorogare e ampliare le misure di incremento della tassa comunale che grava sui turisti. Secondo le stime preliminari, l’operazione potrebbe generare entrate aggiuntive per ben 1,3 miliardi di euro, ma gli operatori avvertono che il peso di questa manovra ricadrà interamente sulle imprese e sui visitatori.
La misura in esame riguarda il rinnovo dell’aumento di 2 € applicato all’imposta, originariamente previsto solo per l’anno giubilare. Le associazioni di categoria denunciano che l’estensione permanente di tale incremento equivale a un balzo dell’imposta compreso tra il 20 e il 40 per cento, a seconda dell’importo precedente. Un caso particolarmente eclatante riguarda le località candidate alle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali, per cui si parla addirittura di un aumento del 140 %. Questa sproporzione – sostengono gli albergatori – rischia di trasformare una misura temporanea in un regime fiscale opprimente, con gravi ricadute sul comparto turistico.
In parallelo, il gettito stimato per il 2025 è già in forte crescita: le prime rilevazioni indicano un incasso che potrebbe superare 1,18 miliardi di euro, con un incremento del 15,8%. Per il 2026, con l’estensione delle aliquote maggiorate, le entrate potrebbero salire fino a 1,3 miliardi di euro. Tuttavia, nonostante l’aumento del carico fiscale, una parte significativa di questo extra gettito verrà assorbita dallo Stato: secondo la bozza normativa, il 30 % delle entrate aggiuntive verrà destinato al bilancio nazionale per finanziare spese sociali come l’assistenza ai minori e il supporto alle persone con disabilità.
Le associazioni di categoria paventano che questa redistribuzione indebolisca uno dei principi alla base della tassa di soggiorno: la destinazione dei proventi al miglioramento delle destinazioni turistiche e al sostegno del settore ricettivo. In molte realtà locali, infatti, tali somme sono usate per coprire costi generalizzati del bilancio comunale, spesso estranei all’ambito turistico, vanificando lo spirito originario dell’imposta. In questo quadro, gli operatori sollecitano che almeno una quota consistente del gettito resti vincolata agli investimenti nelle strutture ricettive, nell'attrattività del territorio, nella manutenzione urbana e nella promozione turistica.
Uno degli elementi più contestati, inoltre, è l’applicazione retroattiva della misura: l’aumento potrebbe incidere su contratti già siglati con tour operator e prenotazioni già confermate. In località come Tignale, ad esempio, gli albergatori hanno già protestato contro l’incremento dell’imposta da 1,70 a 2,00 €, lamentando che l’introduzione a stagione avviata rischia di generare contenziosi con gli ospiti. In molte strutture, i contratti estivi sono chiusi con largo anticipo, e la variazione intervenuta in corso d’anno costringe gli albergatori a includere somme non previste, rischiando di ledere rapporti con operatori e clienti.
Oltre all’impatto finanziario diretto, l’aumento dell’imposta di soggiorno solleva interrogativi sulla competitività dell’offerta turistica italiana. In un momento in cui il turismo internazionale è una leva fondamentale per il rilancio post-pandemico, incrementare la fiscalità sulla presenza degli ospiti può risultare controproducente. Il rischio è che l’Italia diventi meno attrattiva rispetto ad altre destinazioni europee meno gravate da oneri locali. Anche le imprese turistico-ricettive sostengono che un saldo sfavorevole tra domanda e oneri possa disincentivare la domanda, con effetti negativi su occupazione e flussi turistici.
Nel panorama politico-istituzionale, il tema della tassa di soggiorno è al centro di una tensione tra Governo, Comuni e associazioni di categoria. I sindaci, da parte loro, difendono l’aumento come uno strumento necessario per finanziare i servizi urbani nelle località turistiche, soprattutto nei periodi di picco. Alcuni amministratori rivendicano la necessità di adeguare la pressione fiscale per coprire i costi della manutenzione, decoro, sicurezza e infrastrutture legate all’accoglienza. Ma questa linea trova forti resistenze nel mondo dell’ospitalità, che chiede maggiore trasparenza nell’uso delle risorse e una più chiara regolamentazione.
Al di là delle discussioni politiche, l’opposizione degli operatori si presenta come un avvertimento forte: impera la convinzione che il turismo non possa essere trasformato in una mera fonte di gettito comunale senza una visione di lungo termine. Le imprese ribadiscono di non volersi trasformare in “bancomat” per i Comuni, ma di essere parte attiva nella valorizzazione delle destinazioni, purché sostenute da politiche che tengano conto del contesto competitivo globale e delle fragilità del settore.

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