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Fondi di coesione, Fitto rilancia il negoziato con Bruxelles: verso una proposta migliorata per superare i rilievi UE

Il ministro per gli Affari europei, Raffaele Fitto, è tornato al centro della scena politica con un intervento decisivo sul nodo della gestione dei fondi di coesione. Dopo settimane di tensioni tra Roma e Bruxelles, culminate in rilievi formali dell’Unione Europea sul piano italiano di riallocazione e centralizzazione delle risorse, il governo ha annunciato l’apertura di un nuovo negoziato per migliorare la proposta iniziale e renderla conforme alle aspettative della Commissione. L'obiettivo dichiarato è superare le critiche legate alla governance accentrata e alle possibili violazioni dei principi di partenariato e sussidiarietà.


La questione dei fondi di coesione è tornata di stretta attualità nel mese di luglio 2025, in seguito alla proposta del governo di spostare la gestione di parte rilevante delle risorse dal livello regionale a quello nazionale. Una mossa fortemente contestata da numerose Regioni, soprattutto quelle del Mezzogiorno, che temono un depotenziamento della loro capacità decisionale e una perdita di autonomia nella programmazione degli investimenti. La Commissione Europea, a sua volta, ha espresso perplessità sull’allineamento del piano italiano ai regolamenti europei, con particolare riferimento alla concentrazione dei poteri presso la Presidenza del Consiglio.


In risposta a queste criticità, Fitto ha ribadito che il governo intende rispettare pienamente gli obblighi derivanti dai regolamenti UE e ha annunciato un “negoziato tecnico-politico” con l’esecutivo comunitario per chiarire e ridefinire alcuni passaggi controversi. La proposta migliorata dovrebbe includere una maggiore partecipazione delle Regioni nella fase di attuazione e controllo, nonché garanzie più robuste in materia di trasparenza, tracciabilità della spesa e coinvolgimento degli enti locali. Fitto ha anche assicurato che non si intende penalizzare le Regioni virtuose, bensì creare un sistema più efficiente e reattivo, in grado di accelerare l’assorbimento delle risorse e ridurre il rischio di disimpegni.


La posta in gioco è rilevante: si tratta di oltre 75 miliardi di euro tra fondi europei ordinari (Fesr, Fse+) e risorse complementari nazionali, da utilizzare entro il 2029. Di questi, circa 43 miliardi sono destinati alle sole Regioni del Sud. La strategia del governo punta a superare la frammentazione e i ritardi storici nella spesa, rafforzando il ruolo di coordinamento centrale e prevedendo un sistema di monitoraggio unificato, affidato alla Ragioneria generale dello Stato. Ma le Regioni, guidate da Campania, Puglia, Sicilia e Calabria, hanno sollevato dubbi sull’efficacia del modello proposto, ritenuto troppo “romanocentrico” e non rispondente alla realtà territoriale.


Le opposizioni hanno colto l’occasione per attaccare il governo, accusandolo di voler esautorare gli enti locali e mettere le mani su risorse che dovrebbero essere programmate “dal basso”. Partiti come il PD e il M5S hanno chiesto il ritiro della proposta o almeno un suo profondo ripensamento, mentre il presidente dell’ANCI, Antonio Decaro, ha chiesto maggiore coinvolgimento dei comuni nei tavoli decisionali. In difesa della linea governativa si sono invece schierati diversi ministri del centrodestra, sottolineando l’urgenza di una governance più centralizzata per evitare la perdita dei fondi e garantire una visione strategica nazionale.


Nel frattempo, il dibattito ha suscitato l’interesse anche del Comitato delle Regioni a Bruxelles, che ha richiesto chiarimenti formali alla Commissione Europea. Le osservazioni provenienti dall’UE riguardano in particolare il rispetto del principio di “ownership” delle autorità regionali e il rischio che l’Italia si discosti da una prassi consolidata di gestione decentrata, considerata una delle chiavi per il successo della politica di coesione.


Fitto ha cercato di smorzare i toni, precisando che la proposta del governo non è “ideologica” ma “strumentale” al miglioramento dell’efficienza, e che nessuna Regione sarà esclusa dai processi decisionali. Ha inoltre sottolineato che l’obiettivo prioritario resta il raggiungimento degli obiettivi di spesa e la massima valorizzazione degli investimenti in infrastrutture, digitalizzazione, istruzione, ambiente e competitività. Nei prossimi giorni, è attesa la presentazione di un nuovo documento tecnico che potrebbe fungere da base per un compromesso con Bruxelles.


Parallelamente, il ministero ha avviato una nuova tornata di incontri bilaterali con le Regioni e i principali stakeholder, con l’obiettivo di elaborare una proposta condivisa. Tra le ipotesi allo studio c’è anche quella di un sistema duale, in cui le Regioni mantengano una cabina di regia locale per la selezione dei progetti, mentre lo Stato centrale svolga una funzione di controllo e supervisione operativa.


La vicenda si inserisce in un contesto più ampio di ridefinizione delle politiche di investimento pubblico, anche alla luce dell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e delle sinergie tra fondi europei e risorse nazionali. Proprio la sovrapposizione tra PNRR e fondi di coesione è uno dei nodi più delicati, con il rischio di duplicazioni o, al contrario, di aree lasciate scoperte da entrambi i programmi. Un’efficace governance multilivello potrebbe rappresentare la chiave per massimizzare l’impatto degli investimenti, soprattutto nel Mezzogiorno.


Il governo è consapevole che il tempo stringe. Il 2025 rappresenta un anno cruciale per la programmazione europea 2021-2027, e i ritardi accumulati nei bandi e nelle assegnazioni rischiano di compromettere la possibilità di spesa entro la fine del ciclo. Il negoziato aperto da Fitto, se portato a buon fine, potrebbe quindi rappresentare non solo un successo politico, ma anche un passaggio fondamentale per evitare una nuova stagione di fondi inutilizzati o, peggio, restituiti all’Europa.

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