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Fallimento di Melavì, corsa contro il tempo per salvare i raccolti: oltre 300 agricoltori coinvolti nella crisi della cooperativa valtellinese

Il fallimento della cooperativa Melavì, storica realtà agricola della Valtellina specializzata nella produzione e commercializzazione di mele IGP di alta qualità, ha innescato una crisi che rischia di compromettere l’intera filiera ortofrutticola della zona. Con oltre 300 agricoltori associati e un sistema produttivo integrato che gestisce annualmente più di 40mila tonnellate di mele, Melavì rappresentava un modello cooperativo di riferimento non solo per la Lombardia, ma per tutto il Nord Italia.


Il 16 luglio scorso il tribunale di Sondrio ha dichiarato ufficialmente il fallimento della società, travolta da un indebitamento che, secondo i primi dati, supererebbe i 26 milioni di euro. Una somma che si è rivelata insostenibile alla luce del calo dei margini negli ultimi tre esercizi, dell’aumento dei costi energetici e logistici e delle difficoltà legate all’accesso ai mercati internazionali. Alla base del crollo vi sarebbero anche errori gestionali, strategie commerciali sbilanciate e investimenti in strutture di lavorazione che non hanno prodotto i ritorni attesi.


Il fallimento è stato un colpo durissimo per centinaia di produttori locali che avevano affidato a Melavì non solo la raccolta e lo stoccaggio dei propri frutti, ma anche la commercializzazione in Italia e all’estero, tramite una rete costruita in decenni di attività. I magazzini di Ponte in Valtellina, Chiuro e Villa di Tirano, dotati di celle frigorifere e impianti di confezionamento avanzati, sono ora sotto sequestro giudiziario e non è chiaro chi potrà gestirli nelle prossime settimane, proprio mentre inizia la campagna di raccolta delle varietà precoci.


La preoccupazione è altissima: senza un soggetto che possa garantire la continuità operativa, i raccolti rischiano di andare persi, con danni economici che potrebbero superare i 15 milioni di euro solo per il 2025. Inoltre, centinaia di lavoratori stagionali sono in attesa di sapere se e quando potranno essere impiegati. Gli effetti della crisi rischiano di estendersi ben oltre la Valtellina, toccando l’intero sistema lombardo di trasformazione e distribuzione ortofrutticola, in un momento già complicato da siccità, inflazione e instabilità dei mercati.


La Regione Lombardia è intervenuta tempestivamente con un tavolo di crisi convocato dall’assessore all’Agricoltura Alessandro Beduschi. L’obiettivo è trovare una soluzione ponte che consenta almeno la raccolta, lo stoccaggio e la prima lavorazione delle mele in attesa di un eventuale subentro di altri operatori o della costituzione di una nuova realtà cooperativa. Tra le opzioni al vaglio, vi è la nomina di un custode giudiziario con compiti operativi oppure la possibilità che il Consorzio di Tutela della Mela di Valtellina assuma un ruolo di coordinamento tecnico, almeno temporaneamente.


Parallelamente, Coldiretti e Confagricoltura stanno lavorando per costruire un’alternativa in tempi stretti, anche attraverso forme consortili che possano gestire la raccolta e salvare la campagna 2025. Tuttavia, senza accesso alle strutture oggi bloccate, l’impresa appare complessa. La cooperativa Melavì gestiva circa il 95% della produzione commerciale delle mele IGP della Valtellina e possedeva in esclusiva il know-how tecnico e le certificazioni per l’esportazione verso alcuni mercati strategici come Germania, Svizzera e Medio Oriente.


Il fallimento ha sollevato anche interrogativi più ampi sulla tenuta del sistema cooperativo italiano, messo sotto pressione da anni di redditività decrescente, da una crescente frammentazione dei mercati e da una competitività sempre più aggressiva da parte delle grandi catene della distribuzione organizzata. Gli agricoltori coinvolti, in molti casi soci da generazioni, denunciano di non aver percepito compensi per i conferimenti degli ultimi due anni e temono di perdere anche i diritti sul prodotto già raccolto e immagazzinato.


A livello politico, l’attenzione è alta. Diversi parlamentari lombardi hanno presentato interrogazioni al governo, chiedendo un intervento urgente per scongiurare la perdita del raccolto e sostenere la riconversione della filiera. In discussione vi è anche la possibilità di un accesso straordinario a fondi regionali e nazionali per le imprese agricole in crisi, come già avvenuto in passato per altre emergenze settoriali.


Nel frattempo, sul fronte legale si attendono i primi sviluppi dalla curatela fallimentare, che dovrà decidere se concedere in gestione temporanea gli impianti a un soggetto terzo o procedere con la liquidazione. Alcune società della grande distribuzione avrebbero manifestato interesse a rilevare parte degli asset di Melavì, ma al momento non vi sono offerte concrete. Un’ipotesi di salvataggio industriale è rappresentata anche dall’intervento di un gruppo cooperativo di scala nazionale, come Agrintesa o Apofruit, che potrebbero entrare nel capitale di una nuova realtà consortile lombarda.


Intanto, la stagione della raccolta è già alle porte. Le prime varietà come Gala e Red Delicious sono quasi pronte per essere colte, e ogni giorno di ritardo rischia di tradursi in una perdita irreversibile. Gli agricoltori si stanno attrezzando come possono, in alcuni casi con mezzi propri o rivolgendosi a impianti di trasformazione fuori provincia, ma i costi logistici sono proibitivi e la perdita di valore commerciale è inevitabile. La filiera corta, costruita in anni di lavoro, rischia di disintegrarsi in poche settimane.


Il caso Melavì assume anche una valenza simbolica, poiché colpisce un territorio che aveva fatto della cooperazione agricola un punto di forza e un’identità condivisa. Nata nel 2004 dalla fusione di tre storiche cooperative valtellinesi, Melavì era diventata un brand riconosciuto a livello nazionale, anche grazie alla qualità certificata dei suoi prodotti e a campagne di comunicazione efficaci. Il marchio Melavì era presente nella GDO, nei mercati internazionali e perfino nella ristorazione scolastica, rappresentando un caso di successo dell’agricoltura di montagna.


Ora tutto questo rischia di essere cancellato da una crisi che intreccia debolezze strutturali, errori gestionali e un contesto economico avverso. Gli agricoltori chiedono risposte rapide e soluzioni concrete per salvare il raccolto, il lavoro di intere famiglie e una tradizione che affonda le sue radici nei secoli. Il tempo però stringe, e ogni giorno che passa aumenta il rischio che il collasso di Melavì diventi il simbolo di un fallimento più ampio del sistema agricolo cooperativo italiano.

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