Evasione fiscale oltre l’80%: l’allarme del governo sul freno alla crescita e la sfida della legalità economica
- piscitellidaniel
- 9 ott
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Il tema dell’evasione fiscale torna al centro del dibattito politico ed economico dopo le recenti dichiarazioni del governo, che ha definito “impossibile realizzare piani di sviluppo credibili” in presenza di un tasso di evasione stimato in alcune aree del Paese oltre l’80%. Una percentuale che, pur non uniforme a livello nazionale, riflette una distorsione strutturale capace di minare la sostenibilità dei conti pubblici, la competitività delle imprese e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Il fenomeno dell’evasione in Italia ha una storia lunga e complessa. Secondo le stime più recenti, il “tax gap” — la differenza tra imposte dovute e imposte effettivamente versate — supera i 90 miliardi di euro l’anno. Una parte rilevante è concentrata in settori difficili da monitorare, come commercio al dettaglio, edilizia, servizi alla persona e alcune attività professionali. Tuttavia, anche ambiti più strutturati come il lavoro autonomo o la microimprenditoria continuano a contribuire in modo significativo al divario tra gettito atteso e reale.
Le aree del Paese dove l’evasione raggiunge i livelli più alti coincidono spesso con quelle in cui è più debole il tessuto produttivo e dove il lavoro sommerso rappresenta una quota consistente dell’economia locale. In questi contesti, l’evasione non è soltanto un problema fiscale, ma una forma di distorsione economica che altera la concorrenza e ostacola gli investimenti. Le imprese che rispettano le regole si trovano penalizzate da chi sottrae imponibile al fisco e può offrire beni e servizi a prezzi più bassi.
Il governo ha messo in evidenza come l’evasione rappresenti un ostacolo diretto all’attuazione dei programmi di sviluppo e alle misure di sostegno previste dal PNRR. Ogni punto percentuale di gettito sottratto alle casse pubbliche riduce la capacità di finanziare infrastrutture, servizi e politiche industriali. Inoltre, l’elevato tasso di irregolarità fiscale compromette la credibilità del Paese nei confronti delle istituzioni europee, che vincolano parte dei fondi al rispetto di standard di trasparenza e controllo.
L’attenzione dell’esecutivo si concentra su tre direttrici principali: rafforzare la digitalizzazione del sistema tributario, ampliare l’uso della fatturazione elettronica e incrociare in modo sistematico i dati delle banche, delle dogane e degli enti previdenziali. Questi strumenti, già in parte operativi, hanno consentito di recuperare oltre 15 miliardi di euro negli ultimi anni, ma restano ancora margini ampi per un’azione più incisiva.
Le nuove tecnologie possono rappresentare un’arma decisiva. L’intelligenza artificiale applicata ai controlli fiscali consente oggi di individuare anomalie nei flussi finanziari e nei comportamenti dichiarativi in tempi rapidi e con maggiore precisione. Gli algoritmi di analisi predittiva permettono di selezionare i contribuenti a rischio e di concentrare gli sforzi dell’amministrazione finanziaria sulle situazioni effettivamente irregolari, evitando controlli indiscriminati e inefficaci.
Parallelamente, il governo punta su un rafforzamento dell’educazione fiscale e della collaborazione tra cittadini e istituzioni. La diffusione di strumenti digitali semplificati e la trasparenza nell’utilizzo delle risorse pubbliche sono considerate componenti essenziali per accrescere la compliance volontaria. In un Paese in cui l’evasione è spesso percepita come un comportamento socialmente tollerato, la costruzione di una cultura della legalità economica è uno degli obiettivi più difficili ma anche più strategici.
Una parte del piano di contrasto riguarda la riforma delle sanzioni e il potenziamento delle indagini patrimoniali. L’Agenzia delle Entrate, in collaborazione con la Guardia di Finanza, sta sviluppando nuovi modelli di controllo basati su indici sintetici di affidabilità e sull’incrocio di dati catastali, bancari e previdenziali. L’obiettivo è rendere più rapida la riscossione e più efficaci i meccanismi di recupero, riducendo i tempi di contenzioso e migliorando la tracciabilità delle transazioni.
Un’altra criticità riguarda le imprese che operano nell’economia sommersa. In alcune filiere, in particolare nel settore dei servizi e dell’artigianato, l’evasione è spesso collegata a forme di lavoro nero e a pratiche di sottodichiarazione diffuse. In queste aree, le misure di controllo fiscale devono essere accompagnate da incentivi all’emersione, come regimi semplificati, agevolazioni per la regolarizzazione e sostegni all’innovazione tecnologica che facilitino la tracciabilità delle operazioni.
Il contrasto all’evasione è anche una questione di equità sociale. Ogni euro sottratto al fisco si traduce in minori risorse per la sanità, l’istruzione e la protezione sociale. La redistribuzione inefficiente del carico fiscale grava in misura maggiore sui lavoratori dipendenti e sulle imprese che rispettano le regole, alimentando una percezione di ingiustizia che mina il patto tra cittadini e Stato.
Il governo ha annunciato che nei prossimi mesi verranno presentate nuove misure legislative per rendere strutturale la lotta all’evasione, con particolare attenzione al coordinamento tra amministrazione centrale e autorità locali. Il piano prevede l’introduzione di piattaforme digitali unificate, la revisione dei limiti all’uso del contante e un potenziamento delle banche dati fiscali. L’obiettivo dichiarato è ridurre il tax gap di almeno il 10% entro tre anni, portando così nuove risorse da destinare a investimenti pubblici e riduzioni fiscali mirate.
L’evasione, nelle sue molteplici forme, rimane dunque una delle principali zavorre per l’economia italiana. Affrontarla richiede non solo strumenti tecnologici e controlli più stringenti, ma anche una trasformazione culturale che renda la contribuzione un dovere condiviso e riconosciuto come parte integrante della cittadinanza economica.

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