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Equo compenso per copia privata: rincari fino al 40% su smartphone, cloud incluso e dibattito infuocato

Il Ministero della Cultura ha messo in consultazione un nuovo schema di decreto che ridefinisce l’equo compenso per copia privata. L’obiettivo è aggiornare le tariffe applicate su dispositivi e supporti digitali, adeguandole alla crescente capacità di memoria, all’utilizzo massiccio dei servizi cloud, e all’evoluzione tecnologica che ha trasformato il modo in cui cittadini, creatori e industria culturale interagiscono. Ma i rincari previsti, che per alcuni dispositivi possono arrivare fino al 40%, alimentano già critiche sull’impatto per consumatori, imprese tech e libertà digitale.


La struttura proposta prevede un aumento dei compensi su quasi tutti i device con memoria interna: smartphone, tablet, personal computer, smartwatch, hard disk esterni, SSD, chiavette USB. Le fasce di memoria rappresentano il criterio principale di determinazione degli importi: maggiore la capacità, maggiore il contributo. Per esempio, gli smartphone con memoria superiore a 2 terabyte andrebbero a essere soggetti a un compenso che supera il valore attuale di +40%, mentre fasce intermedie tra 512 GB e 1 TB, o oltre i 1-2 TB, registrano aumenti progressivi in percentuali dell’ordine del 30-35%. Anche dispositivi come hard disk esterni e SSD subiscono ritocchi rilevanti, con incrementi che variano a seconda della capacità, fino a raggiungere cifre che non erano mai state previste nei compensi per copia privata.


Una delle novità più discusse è l’inclusione dello spazio di archiviazione in cloud digitale tra i soggetti assoggettati al compenso: non più solo il supporto fisico, ma anche l’infrastruttura virtuale che gli utenti utilizzano per memorizzare contenuti, anche se gratuiti. Nella proposta si prevede che i provider, direttamente o indirettamente, paghino un compenso proporzionale ai gigabyte mensili usati per storage da parte di utenti italiani, con massimali per utente. Questo significa che anche quei servizi cloud che oggi offrono spazio gratuito potrebbero vedere modifiche nei piani, o nei costi impliciti che ricadono sui consumatori.


Gli incrementi medi attesi oscillano intorno al 16-20% per molte fasce di memoria più comuni; ma nei dispositivi premium, con immagazzinamento elevato, la percentuale diventa assai più alta, fino al 40%. Dispositivi tradizionali come CD/DVD/Blu-ray registrabili subiranno anch’essi rialzi, seppur contenuti rispetto ai supporti digitali più avanzati. Per dispositivi con funzioni particolari, come gli smartwatch con capacità di riproduzione audio, gli aumenti percentuali diventano più marcati, specialmente per memoria alta.


L’effetto sui prezzi al dettaglio rischia di essere più marcato di quanto sembri: il compenso è incluso nel costo finale del dispositivo, con IVA inclusa, il che significa che il consumatore lo pagherà insieme al prodotto. Per uno smartphone di fascia alta, l’aumento del compenso può tradursi in qualche euro in più; per chi acquista filari dispositivi tecnologicamente avanzati, con memorie molto capienti, la spesa complessiva potrà crescere in modo più significativo. Anche chi utilizza solo la versione gratuita del cloud storage potrà subire effetti indiretti: se il compenso viene addebitato ai provider, questi potrebbero compensarlo con modifiche nelle offerte, limitazioni negli spazi gratuiti o incremento nei piani a pagamento.


Le associazioni dell’industria tecnologica, così come gruppi di consumatori, hanno espresso preoccupazione. Alcuni denunciano che la misura rischia di essere antiquata, legata a un modello normativa pensato per supporti fisici e non per il digitale on demand, lo streaming o il cloud. È stato segnalato che molti utenti non usano la copia privata nel modo tradizionale che giustifica storicamente l’equo compenso, e che imporre compensi anche su servizi che non memorizzano contenuti in locale può essere vissuto come penalizzazione. C’è anche il timore di possibili contenziosi legali, sia nazionali sia europei, riguardo compatibilità con libertà digitale, con la direttiva sul diritto d’autore, con il concetto di “uso privato” e con l’equità tra cittadini.


Dal punto di vista dei creatori, autori ed editori, l’aggiornamento è considerato necessario. L’evoluzione della tecnologia ha aumentato potenzialità di copia privata, ma non sempre è cresciuto in maniera proporzionata il compenso sulle forme di supporto digitale o memorizzazione. L’incremento servirebbe a bilanciare il calo di introiti derivanti da modelli streaming, download legittimi o utilizzo domestico della memoria, compensando le perdite che i titolari di diritto sostengono. Per queste categorie, il compenso equo non è solo questione di gettito, ma di sostenibilità economica della produzione culturale.


Un altro aspetto tecnico della proposta riguarda la gestione del compenso per cloud: definire chi è responsabile del pagamento, come registrare gli account, come misurare lo spazio utilizzato, come differenziare fra utenti attivi, account inattivi, utenti con più dispositivi. Anche la trasparenza sui prezzi e sulle tariffe applicate diventa centrale. Alcune imprese tecnologiche segnalano che l’onere amministrativo per adeguarsi alle nuove regole potrà essere elevato, specialmente per piccole imprese che offrono servizi cloud, archiviazione digitale o produzione di dispositivi.


La consultazione al Ministero della Cultura coinvolge numerose parti: produttori, importatori, distributori di dispositivi, rappresentanti dei servizi cloud, associazioni di consumatori, sempre con il mandato di raccogliere osservazioni fino a settembre 2025 per definire versione definitiva del decreto. Il confronto riguarda non solo le percentuali, ma le modalità di applicazione pratica: fasce di memoria, massimali per utente, eventuali esenzioni, modalità di conteggio spazio cloud, responsabilità fiscale.


Il meccanismo dell’equo compenso in Italia è stabilito dalla legge sul diritto d’autore, che consente la copia privata di fonogrammi e videogrammi su supporti o dispositivi, senza scopo di lucro. Finora il compenso era previsto per i supporti fisici vergini e dispositivi di registrazione, ma non chiaramente per il cloud storage. L’adeguamento in corso rappresenta dunque cambiamento significativo: il concetto stesso di “supporto” si allarga al digitale virtuale, riflettendo cambiamenti di uso da parte dei cittadini.


Le implicazioni per il mercato digitale potrebbero essere rilevanti: produttori di smartphone, tablet, computer potrebbero dover adeguare listini; provider cloud potrebbero cambiare piani o struttura di offerta; consumatori attenti ai costi potrebbero orientarsi verso prodotti con memoria minore o spazi cloud limitati. Potenziale effetto collaterale: aumento del fenomeno di acquisto da piattaforme estere dove il compenso non è applicato, o incentivi al mercato parallelo come l’usato digitale, la memoria esterna importata o dispositivi importati.


L’equo compenso rivisto appare come tentativo di aggiornare un sistema che è rimasto fermo troppo a lungo, ma la complessità della tecnologia digitale e la diffusione del cloud richiedono criteri che siano non solo economicamente adeguati, ma percepiti come giusti da chi paga, chi produce, chi fruisce dei contenuti. Solo così la misura potrà superare il test del consenso, evitare effetti distorti e garantire che il compenso diventi davvero parte di un sistema che tutela creatori e utenti con equilibrio.

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