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Dazi: perché il settore Tech è escluso?




Negli ultimi giorni, il mondo della tecnologia ha trattenuto il fiato. L’amministrazione Trump aveva annunciato nuovi dazi sulle importazioni cinesi, sollevando un’ondata di preoccupazione tra gli investitori e le big tech americane. Tuttavia, con una mossa a sorpresa, il governo ha deciso di escludere smartphone, computer e componenti elettronici dai provvedimenti, scongiurando quello che alcuni analisti hanno definito un "Armageddon" economico. Il dato che ha pesato di più? L’80% degli iPhone venduti negli Stati Uniti è assemblato in Cina.

Il silenzio iniziale di figure come Tim Cook e Mark Zuckerberg, mentre le loro aziende perdevano valore in Borsa, è stato definito da Wired “assordante e strategico”. E in effetti, dietro le quinte, è probabile che le pressioni sul governo siano state fortissime. Le aziende del tech americano dipendono ancora profondamente dalle catene produttive asiatiche, e un'imposizione fiscale del genere avrebbe avuto conseguenze devastanti, non solo per il mercato USA, ma anche per i consumatori europei.

Secondo analisti come Dan Ives di Wedbush Securities, le big tech sono riuscite a “parlare a voce alta” convincendo la Casa Bianca a rivedere i piani. Ma il problema resta: la vulnerabilità della supply chain globale. Nonostante gli sforzi di Apple per spostare parte della produzione in India e Vietnam, l’alternativa alla Cina non è ancora economicamente sostenibile nel breve periodo. I costi di riconversione sono alti e i tempi lunghi.

Infine, l’economista Andrea Rangone ha sottolineato un punto cruciale: a differenza della pandemia, i dazi sono una decisione politica e reversibile. Tuttavia, proprio per questo, introducono un elemento di incertezza strutturale nei mercati globali. Le aziende dovranno fare i conti con questa instabilità e, forse, rivedere in modo radicale le proprie strategie produttive. La guerra commerciale, in altre parole, è tutt’altro che finita.

 
 
 

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