Dazi del 15% sull’arredamento: aumentano del 6% i prezzi al consumo e cresce la tensione nella filiera
- piscitellidaniel
- 24 lug
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Il settore dell’arredamento è al centro di una nuova ondata di pressione commerciale a seguito dell’introduzione di dazi del 15% su numerosi prodotti del comparto, misura che sta già producendo effetti visibili su tutta la filiera produttiva e distributiva. Le conseguenze non si stanno facendo attendere: secondo le stime diffuse dalle associazioni di categoria e dai principali operatori del settore, il rincaro dei prezzi al consumo è già pari al 6%, con il rischio concreto che tale percentuale possa crescere ulteriormente nei prossimi mesi se non dovessero intervenire contromisure.
La decisione, presa nell’ambito delle recenti tensioni commerciali tra Unione Europea e alcuni partner strategici come la Cina, si inserisce in un contesto più ampio di revisione delle politiche di tutela del mercato interno e di riequilibrio delle relazioni commerciali globali. L’industria dell’arredo è uno dei comparti manifatturieri italiani maggiormente proiettati all’export, ma anche uno dei più esposti alla concorrenza internazionale, in particolare quella asiatica.
I dazi introdotti mirano formalmente a contenere l’importazione massiccia di mobili a basso costo provenienti da Paesi extra-UE, considerati responsabili di una pressione al ribasso sui prezzi e di pratiche concorrenziali non sempre trasparenti. Tuttavia, il risultato immediato è stato l’innalzamento dei costi per le aziende importatrici e, di riflesso, l’aumento dei prezzi praticati ai clienti finali. A risentirne sono soprattutto i prodotti di fascia media, più sensibili alle variazioni di prezzo rispetto a quelli di gamma alta.
Le aziende italiane del settore arredo si trovano ora di fronte a una duplice sfida: da un lato, affrontare la competizione globale mantenendo alta la qualità e l’identità del prodotto; dall’altro, contenere l’impatto economico delle misure doganali che si sommano a rincari generalizzati delle materie prime, dei costi energetici e della logistica. Il risultato è una compressione dei margini che sta spingendo molte imprese a rivedere i listini o a posticipare investimenti.
Secondo i dati raccolti da FederlegnoArredo, l’associazione di riferimento per il settore, l’aumento medio dei prezzi finali nei primi due mesi successivi all’introduzione dei dazi è stato del 5,8%, con punte fino all’8% in alcune categorie merceologiche, come le cucine componibili e i mobili imbottiti. Le importazioni da Paesi come la Cina, il Vietnam e l’India rappresentano una quota significativa dell’offerta complessiva e l’aumento dei costi legati ai dazi si ripercuote su tutta la catena distributiva.
Anche i rivenditori italiani segnalano una crescente difficoltà nel mantenere stabile l’offerta, sia per quanto riguarda i prezzi sia per le tempistiche di consegna. L’effetto domino generato dalle misure tariffarie si sta riversando anche sul settore della logistica, con una maggiore instabilità nei flussi di approvvigionamento. Le aziende che operano nella fascia entry-level sono le più colpite, ma anche quelle del design di fascia alta risentono dell’incertezza generale e dell’aumento dei costi dei componenti e degli accessori importati.
Un elemento critico è rappresentato dalla difficoltà di rimpiazzare rapidamente i fornitori esterni con alternative europee. La delocalizzazione produttiva, sviluppata in anni di globalizzazione spinta, non è facilmente reversibile. Inoltre, molti dei materiali e dei semilavorati usati dall’industria italiana dell’arredamento – dai pannelli di legno trattato agli elementi metallici, fino ai tessuti tecnici – provengono da aree ora soggette a restrizioni commerciali. Il riorientamento della catena di fornitura richiederà tempo, investimenti e una pianificazione strategica che non tutte le aziende, in particolare le PMI, sono in grado di sostenere.
Le associazioni di categoria chiedono un intervento tempestivo da parte delle istituzioni per sostenere il comparto. Tra le richieste vi è l’istituzione di fondi compensativi per coprire parte dei costi legati ai dazi, misure di sostegno all’export e incentivi per la riconversione delle catene di approvvigionamento verso fonti europee o interne. Viene inoltre chiesta una maggiore trasparenza nelle trattative a livello europeo, affinché le imprese possano prevedere con maggiore anticipo le implicazioni delle decisioni commerciali internazionali.
Il comparto dell’arredamento in Italia occupa oltre 300mila addetti e genera ogni anno circa 25 miliardi di euro di fatturato, con una quota export che supera il 50% del totale. Le regioni più esposte a livello produttivo sono la Lombardia, il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia e le Marche, ma l’indotto si estende a tutto il Paese. Ogni tensione commerciale si riflette non solo sulle grandi imprese, ma anche sulla fitta rete di artigiani, fornitori e terzisti che compongono l’ossatura del sistema.
Nel contesto attuale, la capacità di innovare e di adattarsi al nuovo scenario commerciale diventa cruciale per la sopravvivenza e la crescita delle imprese. Alcune aziende stanno investendo in automazione e digitalizzazione dei processi, per migliorare l’efficienza e ridurre l’incidenza dei costi fissi. Altre puntano sulla diversificazione geografica dei mercati, cercando nuovi sbocchi in Medio Oriente, Sudamerica e Asia Sudorientale per compensare la contrazione delle vendite verso Stati Uniti e Cina.
Resta però il timore che l’inasprimento delle politiche commerciali possa rappresentare l’inizio di una fase prolungata di instabilità, in cui la pressione sui prezzi e sui margini metterà a rischio la sostenibilità economica di migliaia di imprese. L’industria dell’arredamento, simbolo del made in Italy nel mondo, si trova oggi davanti a una sfida complessa che richiede interventi coordinati, visione strategica e un rinnovato dialogo tra istituzioni, imprese e rappresentanze del settore.

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