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Competenze tecniche e mismatch generazionale: il divario tra formazione e lavoro che frena il futuro dell’Europa

Il futuro dell’Unione Europea passa sempre più dalla capacità di colmare il divario tra le competenze richieste dal mercato del lavoro e quelle effettivamente possedute dai giovani. In un contesto in cui la transizione digitale ed ecologica procede con rapidità, il sistema produttivo europeo soffre una crescente difficoltà a reperire figure professionali con formazione tecnico-scientifica. Questo fenomeno di disallineamento – il cosiddetto mismatch – rappresenta una delle principali minacce alla competitività industriale e all’inclusione dei giovani nel mercato del lavoro, con effetti sistemici che toccano il cuore della strategia economica e sociale dell’UE.


Secondo i più recenti dati forniti dalla Commissione europea e da osservatori nazionali come Unioncamere, il fabbisogno di competenze tecniche e digitali cresce in modo esponenziale in tutta Europa, ma la disponibilità di lavoratori formati su questi ambiti rimane insufficiente. In Italia, ad esempio, il sistema delle imprese prevede per il mese di luglio 2025 circa 575.000 ingressi programmati, di cui oltre il 47% difficilmente reperibili. La percentuale sale ancora nei settori dell’edilizia, della meccanica, dell’ICT e dei servizi avanzati, dove la carenza di personale tecnico e specializzato rischia di rallentare investimenti e innovazione.


A livello europeo, il Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale (Cedefop) ha evidenziato che nei prossimi anni la maggior parte dei nuovi posti di lavoro richiederà competenze elevate, soprattutto nei settori STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica), ICT e green economy. Tuttavia, solo una quota ridotta di giovani sta intraprendendo percorsi formativi coerenti con queste richieste. Il risultato è una crescente polarizzazione tra domanda e offerta di lavoro, con una quota significativa di giovani disoccupati da un lato, e aziende che non riescono a trovare i profili necessari dall’altro.


Il paradosso è evidente: in un’epoca in cui l’accesso all’istruzione è più diffuso che mai, i sistemi educativi di molti Paesi europei non riescono ancora ad allinearsi con le trasformazioni profonde che stanno cambiando l’organizzazione del lavoro. I percorsi scolastici e universitari continuano a privilegiare indirizzi teorici e umanistici, spesso poco spendibili nel mercato del lavoro, mentre le filiere dell’istruzione tecnica e professionale restano sottovalutate, scarsamente finanziate e carenti di collegamenti efficaci con il mondo produttivo.


Il problema è particolarmente grave per il sistema degli Istituti Tecnici Superiori (ITS) in Italia, che pure garantiscono alti tassi di occupazione post-diploma ma faticano ad attrarre studenti. Meno del 3% dei diplomati italiani sceglie di proseguire in un percorso ITS, a fronte di una media europea di oltre il 10%. Una scarsa promozione culturale di questi percorsi, insieme alla mancanza di strutture moderne, formatori qualificati e collegamenti stabili con le imprese, contribuisce a limitarne l’impatto. Eppure, proprio gli ITS rappresentano uno degli strumenti più efficaci per rispondere alle esigenze dei settori industriali avanzati, dalla meccatronica alla logistica, dalla cybersecurity alla sostenibilità ambientale.


Anche la questione delle competenze digitali assume contorni critici. Secondo l’Indice DESI (Digital Economy and Society Index) 2024, solo il 54% degli europei possiede competenze digitali di base, con forti differenze tra Paesi membri. L’Italia, in particolare, si colloca ancora tra le ultime posizioni in Europa per alfabetizzazione digitale, soprattutto tra i giovani che non provengono da percorsi tecnici. Eppure, la digitalizzazione pervade ormai ogni ambito lavorativo: dalla gestione dei dati alla progettazione, dalle relazioni con i clienti alla manutenzione predittiva.


Il gap è evidente anche nella formazione universitaria. Meno del 25% degli studenti europei è iscritto a corsi STEM, e la presenza femminile in questi ambiti rimane ampiamente inferiore al 30%, un dato che contribuisce ad aggravare il problema. Molte università non riescono a tenere il passo con l’innovazione tecnologica richiesta dalle imprese, offrendo corsi obsoleti o troppo generici, privi di componenti pratiche e laboratoriali.


A fronte di questo scenario, l’Unione Europea ha indicato come priorità strategica la riduzione del mismatch, inserendo la promozione delle competenze tecniche e digitali al centro delle politiche di coesione, dei programmi Erasmus+, del Fondo Sociale Europeo Plus e degli investimenti PNRR. Nel 2023 è stato lanciato l’Anno europeo delle competenze, proprio per accelerare la transizione verso un’economia più inclusiva e basata sulla conoscenza.


Tra le misure più rilevanti vi è la creazione dei “Centri di eccellenza per la formazione professionale”, reti transnazionali che mettono in connessione scuole, aziende e centri di ricerca per progettare curricula formativi basati sulle competenze richieste a livello territoriale e settoriale. Alcuni di questi centri sono già attivi in Italia, Spagna, Germania e Francia, con l’obiettivo di coinvolgere più di 1 milione di giovani entro il 2026.


Parallelamente, la Commissione sta incentivando l’adozione di strumenti di certificazione delle competenze acquisite in ambito non formale e informale, come il micro-credentialing, che consente a chi ha seguito brevi corsi di aggiornamento o ha maturato esperienze lavorative di vedere riconosciute le proprie capacità anche fuori dai percorsi tradizionali. L’obiettivo è rendere il mercato del lavoro più dinamico, flessibile e accessibile, soprattutto per chi è rimasto ai margini del sistema educativo o ha avuto interruzioni formative.


Il ruolo delle imprese è altrettanto centrale. Molte aziende europee, consapevoli della difficoltà nel reperire personale qualificato, stanno investendo in programmi interni di formazione e aggiornamento, promuovendo l’apprendistato duale, le academy aziendali e le collaborazioni con istituti tecnici. Tuttavia, in assenza di una regia pubblica forte e di politiche coordinate a livello nazionale e comunitario, il rischio è che questi sforzi rimangano isolati e incapaci di produrre un cambiamento strutturale. L’intervento sistemico è oggi più che mai necessario per trasformare la crisi delle competenze in un’opportunità di rilancio per l’intera Europa.

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