Bullismo e cyberbullismo in Europa in crescita: allarme tra gli esperti su effetti psicologici e urgenza di interventi concreti
- piscitellidaniel
- 18 lug
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Il fenomeno del bullismo, nelle sue forme tradizionali e digitali, sta vivendo un’evoluzione preoccupante nel contesto europeo. Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità per l’Europa (Oms Europa), basato sullo studio internazionale HBSC (Health Behaviour in School-aged Children), negli ultimi quattro anni si è registrato un aumento netto delle vittime di cyberbullismo tra i giovani di età compresa tra gli 11 e i 15 anni. Mentre il bullismo fisico rimane stabile, è l’aggressione virtuale quella che preoccupa maggiormente, con un incremento significativo soprattutto tra le ragazze. Gli esperti lanciano un allarme chiaro: serve una strategia integrata, a livello scolastico, familiare e istituzionale, per contenere un fenomeno che rischia di diventare sistemico e con effetti gravi sul benessere psicologico delle nuove generazioni.
Il dato più evidente riguarda proprio l’ascesa del cyberbullismo. Secondo i dati raccolti in 44 Paesi, il 15% dei ragazzi e il 16% delle ragazze intervistate ha dichiarato di essere stato vittima di aggressioni online almeno una volta negli ultimi mesi. Nel 2018 queste percentuali erano rispettivamente del 12% e del 13%. Un aumento che si traduce in oltre due milioni di adolescenti in più coinvolti, con episodi che vanno dalla diffusione non autorizzata di immagini o conversazioni, fino a minacce, insulti e isolamento sociale esercitato attraverso i social media o le chat. Parallelamente, cresce anche il numero di giovani che ammettono di aver praticato forme di cyberbullismo: l’11% dei maschi nel 2018 è diventato il 14% nel 2022; per le femmine si passa dal 7% al 9%. La maggior parte di questi atti non vengono denunciati, spesso per paura di ritorsioni o per assenza di strumenti adeguati all’interno delle scuole.
Diversa la dinamica del bullismo tradizionale. Qui i numeri rimangono stabili: circa l’11% degli adolescenti dichiara di aver subito forme di bullismo fisico, mentre il 6% ammette di averlo praticato. Si tratta di episodi che si verificano prevalentemente nei contesti scolastici o nei luoghi aggregativi, in orari extrascolastici. Nonostante l’apparente contenimento, i ricercatori evidenziano come queste forme di violenza rimangano ancora fortemente sottovalutate. Spesso, chi ne è vittima interiorizza il dolore e lo traduce in ansia, chiusura emotiva, calo dell’autostima e, nei casi più estremi, in atti autolesivi.
A destare ulteriore preoccupazione è il fatto che la distinzione tra bullismo e cyberbullismo stia diventando sempre più sottile. I due fenomeni tendono a sovrapporsi e spesso le vittime di uno lo diventano anche dell’altro. La violenza subita in presenza viene amplificata nello spazio digitale, che agisce da cassa di risonanza per umiliazioni, insulti e atti di esclusione. La capillarità degli strumenti digitali fa sì che il fenomeno non si limiti più ai confini scolastici ma invada lo spazio domestico, rendendo costante la pressione psicologica sulle vittime.
I dati del rapporto HBSC mettono in luce anche una componente di genere importante. Mentre i ragazzi risultano più coinvolti in forme di bullismo fisico diretto, le ragazze sono più frequentemente vittime di atti di esclusione sociale e aggressioni verbali online. Questo spostamento del conflitto verso dimensioni psicologiche e relazionali suggerisce la necessità di interventi educativi differenziati, che tengano conto della diversa espressività delle dinamiche aggressive tra i sessi. Per i maschi, secondo gli esperti, occorre potenziare i percorsi sulla gestione dell’aggressività e il rispetto fisico, mentre per le femmine è più utile lavorare sull’empatia, la consapevolezza emotiva e la capacità di creare relazioni sane.
A livello istituzionale, il Parlamento europeo ha chiesto a più riprese che i Paesi membri adottino leggi chiare e strumenti concreti per contrastare il cyberbullismo. Tuttavia, solo poco più della metà delle nazioni UE ha introdotto una normativa specifica in materia. In molti casi, le misure si limitano a campagne di sensibilizzazione o alla diffusione di linee guida generiche. La Commissione europea ha indicato tra le sue priorità il rafforzamento del ruolo delle scuole nella prevenzione, il supporto alla formazione dei docenti e lo sviluppo di programmi digitali educativi, ma al momento l’implementazione risulta disomogenea.
Uno dei nodi centrali emersi dal report è proprio il ruolo della scuola. L’ambiente scolastico continua a essere il luogo in cui si registra la maggiore incidenza del bullismo tradizionale, ma allo stesso tempo è lo spazio in cui più facilmente si possono attivare meccanismi di prevenzione. I programmi di educazione affettiva, i laboratori di gestione delle emozioni e le attività di gruppo basate sul confronto sono considerati strumenti efficaci per ridurre i comportamenti aggressivi. Tuttavia, la carenza di personale formato e il sovraccarico burocratico spesso limitano l’efficacia di questi strumenti.
Anche le famiglie giocano un ruolo fondamentale. L’Oms invita genitori e caregiver a mantenere un dialogo aperto con i propri figli e a sviluppare competenze digitali adeguate per accompagnarli nella navigazione online. In molte famiglie, però, manca una vera alfabetizzazione tecnologica e i dispositivi elettronici diventano strumenti lasciati alla completa autonomia dei minori. Questo genera un terreno fertile per abusi e manipolazioni, da parte dei pari ma anche di adulti con intenti predatori.
La responsabilità delle piattaforme digitali è un altro punto cruciale del dibattito. Gli esperti chiedono con urgenza l’introduzione di sistemi più efficaci per il monitoraggio dei contenuti, la segnalazione anonima degli abusi e l’intervento tempestivo in caso di comportamenti pericolosi. Anche se alcune piattaforme hanno introdotto filtri automatici o bot anti-bullismo, l’efficacia di questi strumenti è ancora limitata e troppo spesso la moderazione dei contenuti avviene in ritardo o non avviene affatto.
Il fenomeno, nella sua crescita, non riguarda solo l’Europa ma ha ormai una portata globale. Tuttavia, è proprio nel contesto europeo che emergono le maggiori richieste di azioni coordinate. Gli specialisti del settore, dalle associazioni psicologiche ai centri di ricerca pedagogica, chiedono che il bullismo e il cyberbullismo vengano riconosciuti come emergenza educativa e sanitaria. I numeri, seppur crescenti, sono probabilmente sottostimati, e indicano un disagio profondo che merita risposte non più frammentarie o episodiche.

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