Biffi invita le imprese italiane a investire con più coraggio nel futuro: innovazione, formazione e sostenibilità al centro della visione industriale
- piscitellidaniel
- 13 ott
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Durante un recente intervento pubblico, Giuseppe Biffi, figura di riferimento nel panorama industriale e finanziario italiano, ha lanciato un messaggio chiaro al sistema produttivo nazionale: è il momento di investire con più coraggio, superando le logiche di breve termine e costruendo una strategia di crescita fondata su innovazione, formazione e sostenibilità. Le sue parole giungono in un momento in cui il tessuto imprenditoriale italiano si trova di fronte a un bivio cruciale, tra la necessità di consolidare i risultati ottenuti dopo la fase post-pandemica e l’urgenza di affrontare le trasformazioni tecnologiche e ambientali che stanno ridisegnando il mercato globale.
Biffi ha sottolineato come l’Italia disponga ancora di un patrimonio industriale e manifatturiero di altissimo livello, ma che rischia di perdere competitività se non saprà rinnovarsi in modo strutturale. Il problema principale, a suo giudizio, non è tanto la mancanza di risorse, quanto la tendenza a considerare gli investimenti come un rischio anziché come un motore di sviluppo. “Il capitale umano e tecnologico esiste – ha dichiarato – ma serve una visione collettiva più ambiziosa, che metta in sinergia pubblico e privato, ricerca e impresa, industria e finanza”.
Nel suo intervento, Biffi ha richiamato i dati più recenti sull’andamento degli investimenti in Italia, evidenziando come, nonostante una crescita moderata nel biennio 2023-2024, il Paese resti al di sotto della media europea per quota di spesa in ricerca e sviluppo sul PIL. La distanza con Germania e Francia, ha ricordato, non è soltanto quantitativa ma qualitativa: in Italia si investe ancora troppo poco nei processi di trasformazione digitale e nella formazione delle competenze. “Senza capitale umano aggiornato e infrastrutture digitali adeguate, nessuna politica industriale potrà produrre risultati duraturi” – ha aggiunto, invitando le imprese a guardare all’innovazione non come a un costo ma come a una condizione di sopravvivenza.
Tra i settori che, secondo Biffi, richiedono una spinta più decisa vi sono quello energetico, la manifattura avanzata e la filiera tecnologica. L’Italia, ha spiegato, può svolgere un ruolo di rilievo nella produzione di tecnologie per la transizione verde, ma serve una rete più solida di collaborazione tra imprese, università e centri di ricerca. L’innovazione, ha ribadito, non nasce nei laboratori isolati, ma da un ecosistema capace di connettere competenze, risorse e obiettivi comuni. È questo il modello che ha consentito ad altri Paesi europei di accelerare la propria competitività e attrarre investimenti internazionali, un obiettivo che l’Italia deve perseguire con maggiore determinazione.
Un altro passaggio chiave del suo intervento ha riguardato il ruolo del credito e della finanza nell’accompagnare la crescita industriale. Biffi ha ricordato che le banche e gli investitori istituzionali devono superare la visione puramente prudenziale e diventare partner attivi delle imprese nei percorsi di trasformazione. Le politiche di credito selettive, ha osservato, rischiano di frenare la crescita proprio nei settori più innovativi, quelli in cui il ritorno economico è meno immediato ma potenzialmente più elevato nel medio periodo. Da qui l’appello a promuovere strumenti di finanza alternativa, come fondi di venture capital e piattaforme di investimento in innovazione, che possano sostenere l’espansione delle PMI e delle startup tecnologiche.
Nel quadro tracciato da Biffi, la sostenibilità rappresenta una delle colonne portanti del nuovo paradigma industriale. L’Italia, grazie alla propria tradizione manifatturiera e alla capacità di coniugare qualità e design, può diventare un modello di produzione sostenibile, ma serve una strategia coerente che incentivi il riutilizzo delle risorse, l’efficienza energetica e l’economia circolare. L’adozione di tecnologie pulite e di processi produttivi a basso impatto ambientale non deve essere considerata una costrizione normativa, bensì un vantaggio competitivo. “La sostenibilità – ha affermato – non è solo una scelta etica ma una leva economica. Le imprese che investono oggi in modelli produttivi responsabili saranno quelle che domani avranno accesso ai mercati più dinamici e alle filiere internazionali di valore”.
Un tema che Biffi ha affrontato con particolare enfasi è quello della formazione, considerata la chiave per rendere davvero efficaci le politiche di investimento. Ha richiamato la necessità di riformare i modelli educativi e professionali, rafforzando il collegamento tra scuola, università e mondo del lavoro. Le imprese, ha spiegato, devono investire non solo in macchinari e tecnologie, ma soprattutto nelle competenze delle persone che dovranno gestirli. La formazione continua, la specializzazione tecnica e la cultura manageriale rappresentano gli strumenti più potenti per mantenere la competitività industriale nel lungo periodo.
Biffi ha anche messo in evidenza la questione generazionale, invitando il sistema produttivo ad aprirsi ai giovani e a favorire il ricambio nelle posizioni di leadership. In molte realtà industriali italiane la direzione è ancora fortemente concentrata in mani esperte ma poco propense al cambiamento. Dare spazio a nuove generazioni di manager e imprenditori può portare energia, creatività e una maggiore propensione al rischio, elementi indispensabili per affrontare le sfide del futuro.
Nel suo intervento non sono mancate riflessioni sul ruolo delle istituzioni. Biffi ha chiesto politiche pubbliche più stabili e meno frammentarie, capaci di accompagnare le imprese lungo percorsi di medio-lungo periodo. Gli incentivi fiscali, ha osservato, non bastano se non sono accompagnati da un quadro normativo chiaro, da una burocrazia più leggera e da un sistema di infrastrutture digitali e materiali all’altezza delle ambizioni industriali del Paese.
Il messaggio finale di Biffi è stato rivolto al mondo imprenditoriale: la crescita, ha detto, non può più essere rimandata a tempi migliori. In un mondo in rapido mutamento, la mancanza di visione e di investimento rappresenta il rischio più grande. Il coraggio di innovare, di sperimentare e di credere nelle potenzialità del sistema produttivo italiano è l’unica strada per garantire una posizione di rilievo all’Italia nell’economia globale dei prossimi decenni.

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