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Allarme farmacie: sempre meno personale, salari stagnanti e pubblico in difficoltà

Da Nord a Sud, il mondo delle farmacie italiane sta attraversando una fase critica. Il numero dei laureati in Farmacia è diminuito drasticamente negli ultimi anni, con un calo stimato attorno al 20% negli ultimi cinque anni: dai 5.095 del 2017 si è scesi a poco più di 4.000 nel 2023. Questo calo nella formazione dei futuri farmacisti si affianca a salari che per molti giovani sono poco competitivi e a condizioni lavorative percepite come poco attrattive. Allo stesso tempo, le farmacie pubbliche e comunali denunciano difficoltà sempre più acute nel reperire personale qualificato, con orari di apertura ridotti o addirittura chiusure temporanee in alcune realtà territoriali.


La carenza di personale non è solo un dato statistico: si traduce in servizi ridimensionati, risposte più lente ai cittadini e aumento del peso sulle spalle di chi resta in servizio. In molte farmacie, soprattutto quelle situate in aree rurali o piccoli comuni, il problema è amplificato: scarsa redditività, vincoli economici e redditi contenuti rendono difficile attrarre nuovi farmacisti o mantenere quelli già presenti. Negli ultimi mesi sono arrivate segnalazioni dal Ministero della Salute circa farmacie costrette ad abbassare le serrande per mancanza di personale, limitando l’erogazione di servizi essenziali come la somministrazione di vaccini, i tamponi o la consulenza farmacologica.


La dimensione pubblica delle farmacie (quelle gestite dai comuni o da enti locali) è particolarmente vulnerabile: sono spesso soggette a vincoli di bilancio, procedure amministrative rigide e scarse capacità di retribuzione competitiva. Assofarm, l’associazione che rappresenta molte farmacie comunali, ha lanciato l’allarme sulla crescente difficoltà nell’assunzione di farmacisti, chiedendo interventi strutturali: miglioramento retributivo dei dipendenti, introduzione di figure di supporto come assistenti del farmacista e alleggerimento degli adempimenti burocratici. La pressione su queste realtà rischia di compromettere la continuità del servizio pubblico farmaceutico nelle aree più deboli.


Il fenomeno assume dimensioni più drammatiche se si considera la densità della rete farmaceutica italiana, tra le più capillari d’Europa. Oggi il numero di farmacie supera le 20.000 unità e cresce del 40% rispetto al 1975, con una farmacia presente ogni circa 2.938 abitanti. Circa un terzo operano in piccoli comuni, spesso come farmacie rurali. Questo disallineamento – tante farmacie, pochi farmacisti qualificati – amplifica il problema strutturale: zone in cui il servizio diventa insostenibile, spazi vuoti nei turni, affaticamento del personale residuo.


I numeri sul lavoro nel settore confermano la gravità: su un totale di circa 99.000 occupati, 75.000 sono farmacisti dipendenti, di cui 57.000 collaboratori; i titolari di farmacia sono circa 20.000. L’età media è circa 41 anni e la stragrande maggioranza degli operatori (79%) è di genere femminile. Le retribuzioni, per chi è dipendente e inizia da neolaureato, si attestano su valori netti mensili di 1.399 euro; dopo cinque anni, si sale fino a circa 1.639 euro. Questi livelli – pur adeguati in molti contesti – sono considerati da molti insufficiente visto il livello di responsabilità, il carico dell’orario, gli orari flessibili e le competenze richieste.


Tra le cause della crisi emergono anche questioni strutturali di attrattiva professionale. Molti giovani farmacisti preferiscono orientarsi verso aziende farmaceutiche, industrie chimiche o ruoli legati al marketing, benché il percorso universitario sia simile. Le prospettive in quelle direzioni sono ritenute più remunerative, stabili e con maggiore varietà di sviluppo. In parallelo, il carico burocratico nella gestione delle farmacie, l’obbligo di aggiornamento continuo, i margini di profitto ridotti e le responsabilità cliniche crescenti rendono l’attività di farmacia meno seducente per le nuove generazioni.


Le farmacie urbane, con maggiore afflusso e traffico, riescono in parte a compensare con volumi più alti; ma quelle in zone periferiche, con minor traffico, vivono in uno stato di precarietà. In quelle aree, ampliare funzioni – come l’erogazione di servizi sanitari di prossimità, supporto alla cronicità, telemedicina – diventa fondamentale non solo per la loro sopravvivenza, ma anche per garantire la copertura sanitaria territoriale.


Il rischio crescente è che la farmacia diventi un servizio “a più velocità”: quelle nelle grandi città rimarranno competitive, mentre per le zone meno densamente popolate si profilano ridimensionamenti. Alcune farmacie già stanno valutando fusioni, passaggi a gestione diretta o riduzioni di orario, fino a ipotesi di chiusura, con conseguenze per l’accesso ai medicinali, specialmente per fasce deboli e anziani.


Assicurare una rete di farmacie funzionante è anche questione di salute pubblica. Il depotenziamento delle strutture pubbliche e la fuga dei farmacisti competenti minacciano la capacità di gestione delle emergenze sanitarie sul territorio e di risposta alle esigenze quotidiane di cura e assistenza. In questo contesto, la dimensione della farmacia dei servizi – con tamponi, vaccinazioni, monitoraggi – deve trovare sostegno e valorizzazione.


Serve dunque intervenire, sia sul piano formativo che su quello contrattuale e organizzativo, per invertire la tendenza. Le soluzioni ipotizzate includono l’innalzamento delle retribuzioni, la stabilizzazione dei contratti, il riconoscimento del ruolo clinico del farmacista e l’introduzione di figure ausiliarie che alleggeriscano il carico operativo. Anche la revisione normativa e incentivi per le farmacie pubbliche potrebbero giocare un ruolo centrale nel preservare il presidio sanitario farmaceutico nel paese.

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